L’affermazione, di molti, secondo cui i referendum del 12 e 13 giugno sono stati oscurati dai media è vera e non vera al tempo stesso. E’ vera perché le televisioni (“pubbliche” e private) hanno praticato attivamente l’indicazione “istituzionale” e clericale all’astensionismo che, tradotta nel campo dell’informazione, vuol dire un sostanziale black out. Non vera perché questa medesima indicazione è stata proprio quella che–probabilmente–ha funzionato come detonatore su molti giornali che hanno avvertito come una insopportabile sottrazione del loro ruolo non poter dar conto di tale evento e hanno, a modo loro reagito.
In particolare i quotidiani più o meno grandi che in questi ultimi giorni stanno cercando di recuperare il (troppo) tempo perduto.
In ballo, infatti, non c’è “solo” l’autodeterminazione della donna e della coppia, non c’è solo la libertà della scienza e della ricerca non prona al mercato, non c’è solo il diritto di chiunque al futuro e ad avere diritto a una piena cittadinanza, ma ora anche una delle libertà più essenziali e basilari di ogni democrazia: la libertà e la segretezza del voto.
Lo dice bene sul quotidiano di Rifondazione comunista, Liberazione, Stefano Rodotà a Rina Gagliardi che lo intervista sottolineando come la modalità politica assunta da questa campagna elettorale ha, di fatto, ha ridotto le scelte al Sì e al non voto. Così che, sottolinea l’ex garante della privacy, “la viscerale campagna astensionista messa in atto da forze come la chiesa cattolica, o da esponenti dei poteri istituzionali, determina inedite possibilità di controllo sociale”.
Un allarme, segnalato da Rodotà, dal quale potrebbe scaturire, se sottovalutato o inascoltato, un inquietante effetto a catena dagli esiti imprevedibili. Il meccanismo è semplice e così lo spiega Rodotà: “L’astensionismo, specie in una consultazione referendaria, mette in pericolo la segretezza del voto e quindi il diritto essenziale alle libertà di voto”. E ancora: “Quando istituzioni pesanti si schierano per l’astensione, la possibilità del controllo sociale sul comportamento dei cittadini diventa, nei fatti, molto rilevante, specie quando ogni singolo elettore viene richiamato a un vero e proprio dovere di ubbidienza”.
Quello che ci aspetta il 12 e 13 giugno, dunque, è un test che non avremmo voluto e non vogliamo mai più ripetere: un test sulla democrazia e i pericolosi steccati che le si stanno ponendo attorno. Ecco perché i giornali–tutti, anche il nostro–sono forse un po’ colpevoli di negligenza per non aver avvertito per tempo la posta in gioco. Carta ha tentato di segnalare questo ordine di problemi nell’Almanacco che troverete in edicola fino al 13, altri settimanali, vediamo oggi, lo fanno in ciascuno a suo modo: l’Espresso con una copertina con “100 Sì: da Vasco a Dalla”. Da segnalare Internazionale che dedica molte delle sue pagine ad una selezione accurata di ciò che in Italia e in Europa è stato discusso su scienza, etica, diritti, religione, poteri.
Se qualcuno pensava che la disputa fosse “solo” quella delineata dai quattro quesiti ai quali chiediamo ai cittadini di rispondere, esercitando il più fondamentale dei loro diritti, si è clamorosamente sbagliato. Ora che, più e diversamente che in passato, tale possibilità è legata al corpo delle donne, questa democrazia femminile e plurale non può non assumere un carattere al tempo stesso simbolico e concretissimo.





