Della scomparsa di Piergiorgio Maoloni hanno scritto tutti i giornali. Senza Piergiorgio, Carta non esisterebbe. Non solo era tra le nove persone che, nel 1999, firmarono da un notaio per costituire la nostra cooperativa, ma soprattutto prestò con generosità il suo tempo e il suo ingegno per creare il mensile prima e il settimanale poi. Nel momento in cui, per la prima volta lavoriamo a un nuovo giornale [il settimanale rinnovato che comparirà nelle edicole lunedì 13 giugno] senza di lui, proprio ora è il momento di ricordare la sua insostituibilità. Cerchiamo di fare del nostro meglio, grazie a quel che abbiamo imparato da Piergiorgio. L’articolo che segue è stato scritto per il manifesto, che l’ha pubblicato domenica scorsa.
Nella notte tra venerdì e sabato è morto, a Roma, Piergiorgio Maoloni. Questo nome potrà forse non dire molto alla generalità dei lettori del manifesto o del giornale che attualmente faccio. Era molto schivo, Piergiorgio. Ma non esagero dicendo che è stato il più importante, bravo e ricercato grafico italiano. Non ha solo ridisegnato, nel tempo, quotidiani come La Stampa o l’Unità, o quello da cui in origine proveniva, il Messaggero. E non è stato solo una delle ragioni di vita – non la meno rilevante – del manifesto. Ha fatto molto di più, lavorando fino a consumarsi: è stato decisivo nella modernità della comunicazione su carta stampata. Osservate per farvi un’idea i quotidiani degli anni sessanta e guardate quelli di oggi: lì c’è il marchio di Piergiorgio, il suo incessante, scrupoloso fino allo sfinimento e spesso geniale modo di far diventare simbolo la parola, e parola l’immagine. Fin da quella notte del 1969, quando un essere umano posò per la prima volta piede sulla luna, e il Messaggero uscì con una prima pagina mai vista: un primissimo piano dell’impronta sulla polvere lunare e un’unica parola gigantesca: “Luna”.
Comprenderete che dire “grafico” non ha molto senso. La prima volta che, per conto del manifesto, entrai nello studio di Piergiorgio, nel 1980, ancora i computer non esistevano, trovai una bizzarra bottega artigiana. C’erano Massimo, Steve, Alfredo [di sicuro dimentico qualcuno, e me ne scuso], e lui, Piergiorgio, che di fronte alle nostre richieste sofferte, cambiare la grafica originaria del manifesto in qualcos’altro che ci permettesse di riprendere il passo dopo una stagione terribile, lui non mostrò alcuna intenzione di prendere una matita. Faceva domande. Suggeriva un dubbio. Diceva qualcosa a cui nessuno di noi avrebbe pensato, magari mostrando un quotidiano finlandese o un settimanale di San Francisco, ma con leggerezza, con una attitudine che in Francia si chiamerebbe “nonchalant”. E noi, giornalisti militanti di sinistra, ce ne andammo via confusi, ma con la voglia di saltare gli ostacoli che lui ci aveva con aria casuale buttato tra i piedi.
Ho sempre avuto l’impressione che il manifesto fosse, per un professionista che aveva a che fare con grandi editori, una sorta di laboratorio del cuore. Pare un ossimoro, no? Piergiorgio ha ridisegnato il manifesto, e non parlo solo della “grafica” [che “non esiste”, diceva lui], sette o otto volte, in quasi un quarto di secolo, fino alla versione che avete per la mani, e ha confezionato tutti i supplementi del giornale, dal “domenicale” al “manifesto del mese”, dal “Sessantotto” al settimanale Extra, e così via. Ed ogni volta, siccome questo ruolo in genere toccava a me, me lo ritrovavo davanti, quando gli si poneva il problema, o l’opportunità, o la necessità di una svolta, quasi sfiduciato, e allo stesso tempo ansioso di provare, sperimentare. Come se alla nostra anomalia culturale e politica potesse finalmente di nuovo corrispondere, come era stato per il manifesto del 1971, disegnato da Trevisani, una anomalia, o invenzione, nella forma stessa della comunicazione.
Io tornavo al giornale, dopo quei lunghissimi incontri, tanto lunghi che alla fine erano diventati una amicizia, e i compagni mi guardavano diffidenti, chiedevano: “Che ha detto Maoloni?”, con il tono di chi teme una provocazione. Ma non fu così quando, un giorno, si ritrovarono faccia a faccia Piergiorgio e Luigi Pintor. Due uomini che avevano le caratteristiche giuste per non capirsi, tanto erano differenti. Si guardarono, cortesi e diffidenti. Ma subito riconobbero l’uno nell’altro la scintilla della sovversione. Ciò che, per me, era la qualità più affascinante di Luigi: il fatto che fosse serenamente estraneo alla stupidità del potere, pur dovendoci avere a che fare ad ogni momento. A modo suo, era questo anche lo stile di Piergiorgio.
Non voglio dire qui cose troppo personali, perché la scomparsa di Maoloni è un lutto e un dolore per tutto il manifesto e per tutti quelli che lavorano per Carta, oltre che com’è ovvio per Anna, sua moglie, le sue figlie e i suoi figli, e le molte persone che nella bottega artigiana hanno imparato il mestiere dal maestro migliore. Ma non posso non dire questo, in capo a un anno che ha esordito con la scomparsa di Luigi e si conclude così. In quel che faccio ogni giorno, nel mio lavoro, nel modo in cui guardo le persone e gli avvenimenti, non riesco a non chiedermi ad ogni momento “che cosa direbbe Luigi?” e “cosa penserebbe Piergiorgio?”. Se ho imparato qualcosa, in questi anni, lo devo principalmente a loro. E so che molti altri direbbero lo stesso. Penso perciò che ci rivedremo lunedì mattina, alle 10,30, nella Chiesa Nuova di corso Vittorio Emanuele, a Roma, per tentare invano di far compagnia a quest’altra persona che ci lascia.





