Mancano pochi giorni all’attesissimo referendum francese sul trattato costituzionale europeo. Nessuno si sbilancia, anche se i sondaggi danno, ormai da un po’, il no vincente. Con il 54 per cento, secondo l’ultimo rilevamento, anche se gli indecisi sono ancora moltissimi.
Il dibattito continua ad essere insolitamente vivace: la “costituzione” è riuscita a fare parlare di sé ovunque e tutti, anche i più refrattari alla politica. Nell’era del “désamour” per la cosa pubblica, il confronto tra diverse opinioni ha fatto intrecciare tanti mondi e modi politici che sembravano definitivamente divisi: il “no” di sinistra alla costituzione europea riesce ad accostare un socialista come Laurent Fabius a esponenti di spicco del movimento altermondialista francese, José Bové in prima fila. Sabato scorso a Parigi per il meeting del “non”, il palco e la place de la République erano stracolmi di una sinistra che non si vedeva più e che sembra ricostruirsi attorno a figure politiche “tradizionali”, come Marie-George Buffet, la segretaria generale del partito comunista francese o Olivier Besancenot, il postino che guida la lega comunista rivoluzionaria ma anche attorno a esponenti dei movimenti sociali [tra gli altri, Jacques Nikonoff, di Attac, Yves Salesse, della Fondazione Copernic, Clémentine Autain, caporedattrice di Regards].
Colma di quindici mila “pecore nere” secondo l’espressione cara a Chirac, la piazza ha esultato euforica, convinta che la rinascita della sinistra antiliberista passi anche dal “non” scandito in coro. Qualcuno lo ha detto dal palco, “questa vittoria significherebbe il ritorno del popolo nella politica”. Un ritorno peraltro già in atto e che trasforma, oltre alla geografia politica, anche la geografia urbana, a partire dai muri coperti di manifesti e dagli onnipresenti volantini di Attac o del Pcf.
La frenesia non riguarda più i soli militanti. Sabato mattina, un commissariato di quartiere del tredicesimo arrondissement è stato preso d’assalto dai cittadini che non potranno recarsi alle urne e che si apprestano quindi a votare per procura. Nella fila, si scherzava, increduli per la folla inusuale. La poliziotta allo sportello ha dovuto fare gli straordinari per far fronte alle domande. I cittadini hanno apprezzato la sua dedizione, ma non hanno mancato di leggervi il segno di direttive chiare: ogni voto serve, quindi non si deve essere troppo fiscali con le formalità. L’età media delle persone in fila si aggirava attorno ai trent’anni e l’attesa è stata consumata commentando il fascicolo arrivato in tutte le case assieme al testo ufficiale della costituzione europea.
L’opuscolo di presentazione, a tutti gli effetti sei pagine di propaganda per il sì, illustra così il referendum: “Lei approva il progetto di legge che autorizza la ratifica del trattato che stabilisce una Costituzione per l’Europa?”. Il preambolo della costituzione comincia elencando i firmatari del testo: “Sua maestà il re dei Belgi, il presidente della repubblica ceca” eccetera. Il testo anche se oscuro, non coglie impreparati i cittadini.
Da mesi i giornali sono pieni di spiegazioni e commenti, gli articoli vengono citati per esteso e chi non ha voluto accontentarsi di vaghe dichiarazioni di principio sull’essere pro o contro, è stato ampiamente soddisfatto. I sostenitori del sì richiamano all’ordine i quelli del no, perché, dicono, trae in inganno dibattere nel merito ogni singolo articolo, e bisogna attenersi a una visione d’insieme molto più veritiera. Non basta questo escamotage di analisi costituzionale, però, a mascherare l’imbarazzo di chi non sa più come muoversi. Il fronte del sì non è mai stato “di strada”, predilige l’etere e la carta stampata. Anche lì, tuttavia, è alle strette. L’ultima dimostrazione di questa paralisi è stata l’annullamento di un dibattito televisivo con François Hollande [partito socialista] e Nicolas Sarkozy [Unione MP] contro i sostenitori del no. Mentre le scenografie erano già in costruzione negli studi di France Télévision, i leader del sì hanno preferito evitare il rischioso effetto negativo che spesso i loro interventi hanno causato. Il fiasco di Chirac il 14 aprile scorso né è solo l’esempio più clamoroso. All’occupazione dei media tradizionali da parte degli “ouiste”, i “noniste” hanno risposto con l’uso massiccio della rete e dei blog, strumenti formidabili di dibattito pubblico e di scambio orizzontale di opinioni, fuori da ogni interesse politicista. Daniel Schneiderman, nel suo blog, ha parlato di effetto “nonigeno” della rete. Un effetto con il quale bisogna fare i conti. Per quanto possa dispiacere a sua maestà re dei Belgi.





