65 volte

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Marco Imarisio, sul Corriere della Sera, scrive che Sergio Cofferati, che ha incontrato i giornalisti dopo il corteo di sabato, ha pronunciato la prola “legalità” 65 volte “in un’ora di conversazione”. Facciamo un rapido calcolo: una volta ogni 51 secondi. La circostanza va segnalata al Guinness dei primati: il sindaco di Bologna può ben figurarvi insieme al wurstell più lungo del mondo, e affini.

Ma Cofferati ha detto un paio di altre cose preoccupanti. Quando gli è stato riferito che Paolo Cento, deputato verde, ha paragonato i tre ragazzi arrestati per aver fotocopiato della roba come atto dimostrativo contro il copyright, e per uno scambio di spintoni con alcuni poliziotti [reato: sovversione dell’ordine democratico], ai braccianti che a fine ottocento venivano arrestati se scioperavano, ha risposto: “E’ un accostamento inaccettabile. Quelle erano persone picchiate e represse, non erano loro a picchiare”. Dove si scopre che l’ex segretario della Cgil ignora quante lotte, nella storia, siano finite a mazzate, come si dice nel sud, quando i lavoratori che tentavano di affermare i loro diritti le prendevano, sì, ma all’occasione le davano anche. Chiedere, ad esempio, a chi ricorda le occupazioni delle terre in Sicilia [all’epoca di Di Vittorio], quando un avvocato seguiva gli occupanti per consigliare loro il momento giusto per rispondere a pistolettate al fuoco dei mazzieri mafiosi, così da poter sostenere la tesi della legittima difesa. A parte che la differenza, tra allora e oggi, starebbe proprio nel fatto che alla violenza non [ripeto: non] si risponde da anni con violenza uguale e contraria, ciò che ha rovinato la sinistra dell’epoca di Cofferati [e infatti a Genova andò proprio così, nonostante le torture come quelle di Bolzaneto, che evidentemente l’attuale sindaco di Bologna ignora perché lui, da Genova, si dileguò per tempo].
A parte questo, il problema è: chi lo ha detto, a Cofferati, che i tre arrestati “erano loro a picchiare”? La polizia, il magistrato che ha ordinato la cattura. Perché un sindaco emette una sentenza solo sulla base delle testimonianze dei poliziotti? E’ questa, la “legalità”?

Poi, Cofferati ha accusato il direttore di Liberazione, Piero Sansonetti, di scrivere “falsità”, e sfidato Rifondazione e Verdi a non votare un ordine del giorno in cui si afferma–indovinate–la “legalità”: altrimenti, fuori dalla giunta. Secondo noi, bisognerebbe evitare la trappola di pensare che Cofferati fa tutto questo come manovra tattica, per costringere la “sinistra radicale” ad abbassare le penne. Il fatto è che l’ex segretario della Cgil, nonostante avesse affascinato molta sinistra quando arringava tre milioni di persone alla volta, è, ed è sempre stato, quel che nel vecchio Pci si sarebbe chiamato “uno stalinista di destra”: uno che adopera mezzi illiberali ma per scopi, dovremmo dire oggi, di adeguamento agli ordini del mercato. E siccome nei Ds questo stile è assai diffuso, c’è da preoccuparsi. Non fosse che, per esempio, il sindaco di Roma dimostra, con tutte le critiche che gli si possono fare, che è possibile governare, anche coltivando un ottimo rapporto con i palazzinari [veri, nuovi padroni dell’economia italiana, come dimostra la grottesca vicenda di un Ricucci che vuole impadronirsi dell’ex “salotto buono” della borghesia, il Corriere della Sera], ma manovrando, e tenendo in conto anche le spinte sociali, a cominciare dal dramma della casa.

La bravura di Action, il movimento romano per il diritto alla casa, è di aver intrecciato una rete di auto-aiuto e di relazioni politiche tra parti diverse della società e con la sinistra. Ed è quel che a Bologna ancora non si vede. La manifestazione di sabato non rappresentava che una parte della società civile che, sui temi della democrazia partecipativa e dell’uso liberista della città, dell’accoglienza dei migranti e del disagio dei lavoratori precari e non, potrebbe mettersi in moto. Era una parte importante, ma altre ve ne sono altrettanto importanti, con cui avviare dialoghi e programmi. E ridurre tutto a un referendum su Cofferati, e alla mobilitazione contro la repressione, non aiuta questi dialoghi e questi programmi possibili. Con tutta evidenza, Cofferati è un incidente, nella vicenda di Bologna, ed è indispensabile guardare più avanti, alla città che si vuole, chiunque faccia il sindaco. Almeno, questa è la nostra impressione.

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