Uno stivale e un sorriso

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Questo è il testo dell’introduzione collettiva, discussa tra le riviste promotrici, al Cantiere per il futuro del 6 e 7 maggio. A leggerla, Anna Pizzo, di Carta.

Questo incontro ha un’ambizione probabilmente eccessiva. Si tratta di trovare un metodo utile a cambiare le regole del gioco della politica.

Se permettete, ricorreremo per spiegarci a un piccolo apologo che l’atipico personaggio noto come subcomandante Marcos raccontò a Città del Messico, nel 2001, in un incontro pubblico cui partecipavano il rimpianto Manuel Vázquez Montalbán, Alain Touraine, il fondatore di Attac Francia Bernard Cassen, Eduardo Galeano, la grande scrittrice messicana Helena Poniatowska, e altri. Un indigeno, un indio centroamericano, si avvicina a un tavolino su cui due persone stanno giocando a scacchi. I due lo invitano a partecipare al gioco. L’indigeno si toglie uno stivale infangato, lo posa sul tavolo e sorride. “Quel che è importante in questa storia–concluse Marcos–è il sorriso”. In quei giorni gli zapatisti, fuorilegge mascherati, erano arrivati nella capitale, accompagnati da milioni di messicani, per rivendicare una legge giusta sulla cultura e i diritti degli indigeni. Non ottennero nulla, i giocatori di scacchi avevano barato.

La metafora è trasparente. Sulla scacchiera dell’astratto gioco di guerra e di potere occorre posare la materia di cui è fatta la terra, grazie alla quale gli indigeni–gli ultimi degli ultimi, nel continente americano–vivono con fatica. Ma è un sorriso ad accompagnare il gesto di posare lo stivale sul tavolo. Un sorriso che serve a dire: abbiamo le nostre buone ragioni, vogliamo parlarci?

Quello del Cantiere è un lavoro a due tappe, in ciascuna delle quali dobbiamo tenere a mente, nel momento in cui ciascuno di noi si toglie uno stivale, la necessità di sorridere.

La prima tappa, la prima ambizione, è quella di mettere in rete le principali correnti sociali e culturali che hanno riempito la scena italiana negli anni del berlusconismo apparentemente invincibile. Correnti che hanno, molto più di quanto appaia, grandi parentele tra loro.

C’è quel fenomeno che in Italia ci si ostina a chiamare “no global”, alludendo a foschi assembramenti di estreme sinistre stile anni settanta. Chi appena getta uno sguardo oltre confine sa che l’"altermondialismo" è tema di dibattito tra i principali. In Francia, ad esempio, dove la campagna contro il Trattato costituzionale europeo si colora di alternativa al liberismo, piuttosto che di nazionalismo. Da noi, l’atto di nascita del movimento è Genova, luglio 2001. E’ una data incancellabile, che costò la vita a Carlo Giuliani: di lì vengono le reti sociali e locali, le campagne, i nuovi municipi e la sperimentazione della democrazia partecipativa, la critica attiva dello sviluppo, le lotte urbane, l’insorgenza dei lavoratori precari, la difesa dei beni comuni, la diffusione del commercio equo e dei laboratori di economia solidale, le attività di tante associazioni cristiane, e così via.

Ci sono poi le grandi organizzazioni sociali storiche, come l’Arci e la Cgil, che non solo hanno animato la società con grandi lotte come quelle per la difesa e l’estensione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, ma hanno, già da tempo, deciso di partecipare a Forum sociali e ad altre occasioni d’incontro e di resistenza. La Cgil e molti suoi sindacati di categoria e territoriali, come la Fiom, la Funzione pubblica, la Federazione dei lavoratori della conoscenza, i pensionati, al Forum europeo di Firenze. La Fiom e l’Arci fin da subito, dal primo Porto Alegre e da Genova. Su temi come lo sviluppo e il lavoro la discussione è intensa. Ma, quel che più conta, queste grandi organizzazioni e sindacati serbano quella che Tom Benetollo definiva “l’autonomia politica del sociale”.

Vi è stata, ancora, quella che è stata definita l’insorgenza dei “ceti medi riflessivi”. E’ il movimento chiamato “dei girotondi”, che ha mobilitato l’elettorato del centrosinistra contro il degrado della legalità e della democrazia, chiedendo all’opposizione politica un’apertura nuova alla società e una nuova concezione della cittadinanza.

Questi movimenti della società hanno investito anche la politica, dove hanno trovato alleati, compagni di viaggio. In quella che si chiama ora “sinistra radicale”, che è stata con e nella società civile. In una parte degli stessi “riformisti”, che hanno viaggiato fuori della storia comunista ma non fino a un approdo liberista, per quanto “moderato”. E tra i molti cattolici, in diversi partiti, che guardano più al pacifismo e alla scelta di stare con gli ultimi, che al potere. Nella ormai lunga storia dell’ambientalismo. Con questi amici è possibile creare una relazione costante, grazie alla quale le nostre proposte possano non solo, domani, diventare linee di azione per il governo, leggi, comportamenti concreti, ma figurare stabilmente come uno dei poli del dibattito.

Tutto questo è poi confluito nel movimento per la pace. Per il rispetto dell’articolo 11 della Costituzione si sono mossi milioni di persone di tutte le culture, età e condizioni. Questo movimento ci ha dato un simbolo comune, la bandiera arcobaleno della pace.

Ora il problema è: come si possono mettere in una relazione stabile tra loro queste diverse–e in se stesse plurali, spesso frantumate–correnti della società, della cultura e della politica? Il Cantiere spera di poterlo fare con un metodo che aiuti la ricerca e l’elaborazione di proposte comuni, la raccolta delle esperienze in cui sono affondati i nostri stivali.

Proponiamo di fondare, già da ora, il “Cantiere per il futuro”, la cui ispirazione e regola–come si legge nella “Carta dei principi” che sottoponiamo alla vostra attenzione–è la democrazia diretta. Perché la partecipazione, il coinvolgimento diretto delle culture, dei saperi, delle esperienza individuali e collettive non solo sono la forza maggiore a disposizione di chi si candida a cambiare profondamente la società italiana, ma l’inizio di una riforma della democrazia. A questo metodo, che poi è la sostanza della nostra proposta, il Cantiere vuole offrire opportunità e sedi, certo parziali ma, noi speriamo, efficaci.

Questo si ottiene, crediamo, anche con un “centro di servizi”, adibito alla comunicazione interna ed esterna e alla documentazione, il più “leggero” possibile; poi, con un coordinamento aperto e consegnando ogni decisione all’assemblea degli aderenti, riviste e giornali, grandi organizzazioni, campagne nazionali e globali, reti locali; ancora, con gruppi di lavoro tematici permanenti, i cui requisiti devono essere la capacità di allargare al massimo l’interlocuzione e di produrre proposte concrete.
Fin da ora pensiamo di poterci dare appuntamento per un terzo Cantiere che affronti il tema dei temi, la democrazia.

Proponiamo che le riviste promotrici, le altre che hanno aderito, le reti, associazioni e sindacati che hanno partecipato o che siano interessati, si convochino in una riunione aperta, entro il mese di maggio per dare vita a questa rete.

Ma, dicevamo, la nostra è una ambizione a due tappe.
Se riuscissimo ad avviare quella connessione tra culture e movimenti della società, che cosa ne faremmo? Ovviamente, questo darebbe un impulso importante alla auto-riforma della società, perché questi non sono stati solo anni di resistenza, ma di costruzione di alternative pratiche, e funzionanti, su questioni importanti come l’acqua, per fare un solo esempio.

Ad ogni apparenza, l’incubo sta per finire. Berlusconi, se non il berlusconismo, passa di sconfitta in sconfitta, non solo dal punto di vista elettorale. Gli annunci del ritiro delle truppe dall’Iraq non sono solo una astuzia di Berlusconi, ma la constatazione di una impossibilità: il nostro popolo non vuole la guerra. Lo stesso modo con cui il governo si è comportato nel caso di Giuliana Sgrena, trattando, è il frutto di questa pressione. E Nicola Calipari è stato ucciso perché–in quel momento e in quella città–si comportava da uomo di pace. Ed è preoccupante che un giornale come la Repubblica, grande sponsor dell’Unione, decida di schierarsi con la “fermezza” di Bush e di Rumsfeld.

Abbiamo dunque la fondata speranza che l’Unione succeda il prossimo anno alla destra nel governo del paese. Perciò la domanda è: cosa vuol fare, l’Unione? Che tipo di paese immagina? Sanno, i giocatori di scacchi della politica, che sul loro tavolo sono stati posati molti stivali? Che molti sorrisi li circondano?
C’è vita, dopo Berlusconi?

Non è un tentativo facile, il nostro. I temi e i tempi della politica sono dettati dall’agenda dei grandi media, dalla necessità di non perdere il passo nel ritmo del marketing politico-elettorale. L’ideologia liberista, sebbene in crisi e quindi ridotta a ricorrere alla violenza, alla guerra, è dura a morire: perciò nel centrosinistra ancora si sente dire che la “modernità” consiste nel “privatizzare i servizi di pubblica utilità” o che non si può escludere “l’uso della forza” per “esportare la democrazia”. Per di più, la società civile, ossia il complesso dei movimenti e delle correnti sociali di cui si parlava, non è un interlocutore obbligato come la Confindustria. La “consultazione delle parti sociali”, o peggio la “concertazione”, è una partita asimmetrica in cui uno dei giocatori è stato azzoppato prima ancora di scendere in campo.

Dunque, quel che chiediamo all’Unione–sorridendo–è che dia a se stessa e a noi tutti la possibilità di immaginare insieme il futuro del nostro paese, le chiediamo che le finestre di Palazzo Chigi affaccino, domani, non solo sulla piazza Colonna sorvegliata dalle forze dell’ordine, ma sulle migliaia di piazze delle nostre periferie e dei nostri innumerevoli municipi. Le chiediamo di non ripetere le pagine più discutibili del passato, come le leggi sull’immigrazione, sulla “flessibilità” del lavoro o sull’istruzione. Le proponiamo di far partecipare su ogni tema, ogni giorno, i cittadini al governo del paese.
La parola “vincere” può avere significati molto diversi.

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