La prima notizia è che almeno centomila persone ieri si sono trovate a Milano e l’hanno attraversata da un capo all’altro. La MayDay è stata, come avevano annunciato le reti dei precari che l’hanno allevata negli ultimi cinque anni, “il carnevale dei precari”, il ritrovarsi insieme di migliaia di storie fatte di creatività e sfruttamento. Sono storie minime, molecolari, che le forme della rappresentanza tradizionale non possono raccogliere. Tantomeno possono portarle sullo scenario della politica e della contrattazione, come le abbiamo conosciute fino ad oggi. Queste storie hanno attraversato venti città europee, e in Italia si sono incontrate, oltre che a Milano, anche a Palermo e Napoli. A Milano, c’era una nuova generazione, che è venuta avanti dopo le giornate di Genova del 2001 e che ha attraversato i movimenti degli ultimi anni. C’erano i precari della Scala e i ciclisti della Critical mass, gli attivisti antiCpt e i cittadini dell’Ecuador che ha appena cacciato il presidente Gutierrez, c’erano i supereroi precari “Gli imbattibili” e quelli migranti [San Papie’].
La seconda notizia arriva dalla coda del corteo. Dove abbiamo visto la spettrale rappresentazione di un rito che non vedevamo da anni. Quello della corsa in avanti, alla conquista di un posto di (presunta) visibilità. “È come il carnevale di Rio: si approfitta del casino per fare i regolamenti di conti”, ci ha detto, per sdrammatizzare e per consolarsi, un devoto di San Precario sulla via del ritorno.
Però è stato un rito che è costato tensioni e alcuni feriti. Che ha rovinato la festa a chi non ha potuto proprio fare a meno di preoccuparsi delle sorti di chi si era stato colpito e dei rapporti di alcune delle componenti del cartello che ha portato la MayDay da stravagante intuizione di un manipolo di attivisti a fenomeno inedito di rilevanza europea.
Nel tentativo di cogliere che rapporto ci sia tra le forme di vita e le nuove forme della produzione, alcuni pensatori hanno utilizzato un concetto che può essere utile anche per non perdere la bussola in un momento delicato come questo, all’indomani di rotture che si potrebbero riprodurre a catena riportandoci a scenari di isolamento e frammentazione che appartengono a epoche lontane. Si tratta del concetto di “doppio legame”. Il doppio legame è la situazione paradossale che si presenta tra due o più individui quando un messaggio viene platealmente contraddetto da un altro messaggio ad un livello logico superiore. Facciamo un esempio: c’è un “doppio legame” quando il regista ordina all’attore di “essere spontaneo”.
Così, si trova in una situazione che gli psicanalisti definiscono di “doppio legame” anche il lavoratore postmoderno: per contratto dovrebbe mettere la sua passione dentro il rapporto di lavoro: perché il lavoro si possa svolgere, la passione (la sfera della vita affettiva e non mercificata) deve entrare nel lavoro, nel rapporto economico. Ma è anche un “doppio legame” la situazione che si è vista ieri alla MayDay milanese: alcuni soggetti che erano stati capaci fino a due ore prima di innescare, assieme ad altri, un magnifico esperimento di azione comunicativa e di utilizzo dell’immaginario pop(olare), come nella migliore tradizione delle controculture e dei movimenti sociali, si è trovata a dover recitare il ruolo dell’affermazione della microidentità e dell’appartenenza. È accaduto così, per statuto, senza che ci fosse una ragione precisa (e sfidiamo chiunque, osservatori e attori, a trovarla). Un copione noioso come tutti i copioni delle storie senza sorprese e innovazioni.
Adesso, il rischio è che questa celebrazione del particolare dilaghi, com’è accaduto altre volte. C’è il rischio che tutti coloro i quali si trovano coinvolti nelle vicende del movimento si trovino nella situazione paradossale in cui si trova il figlio cui la madre ha regalato due camicie. Lui se ne prova per prima una e la madre gli dice “allora vuol dire che l’altra non ti piace”. Qualunque camicia scelga per prima, quel figlio è costretto a sentirsi rimproverare dalla madre. Che pure è apprensiva in buona fede. Del resto anche questo, ci dicono gli analisti, è un caso di “doppio legame”.





