I meteorologi

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Questo testo è l’intervento introduttivo all’incontro “Cosa le associazioni chiedono agli enti locali e ai nuovi municipi” organizzato dalla Rete del Nuovo Municipio a Firenze, nell’ambito di Terra Futura, venerdì 8 aprile.

Cari amici e care amiche,
ripensandoci, mi sono reso conto che il titolo che abbiamo scelto per questo incontro andrebbe corretto. Non sono solo le associazioni e i movimenti a dover chiedere qualcosa ai nuovi municipi e agli enti locali, dovrebbe accadere anche il contrario. Municipi, province, regioni sono infatti istituzioni, in vario modo e in vario grado, messe in questione dalla globalizzazione, in crisi di legittimità, in difficoltà nello svolgere il loro compito di istituto, ossia tutelare il bene comune. All’opposto, le reti sociali, le associazioni volontari e di cittadini, i movimenti, sono–per lo meno–il germe del tipo di democrazia destinata ad affiancare, se non a sostituire, il modello liberale di democrazia delegata.

Quel che occorre è una grande alleanza, molecolarmente diffusa, tra associazioni, movimenti e istituzioni locali. Perché è lì, nelle città e nei territori, che si scaricano gli effetti concreti delle scelte liberiste che i governi nazionali subiscono e interpretano. E’ la storia degli ultimi anni, in Italia. Faccio un solo, banale esempio: la politica di riduzione fiscale condotta da Berlusconi in nome del dogma liberista per cui in questo modo si liberano risorse per gli investimenti, si è tradotto in maggiori tasse locali e in tagli dei servizi sociali assicurati, sempre più, da municipi, province e regioni.

D’altra parte, il nucleo di questa alleanza già esiste. Quando si dice che la Rete del Nuovo Municipio è una associazione di amministratori locali, di consiglieri comunali e assessori, di sindaci ed eletti nelle assemblee provinciali e regionali, per un verso si fa una constatazione, sebbene parziale, perché nella Rete vi sono anche ricercatori e attivisti sociali, ma per l’altro verso si cade vittima di uno dei miraggi che affollano il cosiddetto dibattito pubblico.

Viviamo in un’epoca di miraggi, in cui le parole hanno rovesciato il loro senso storico. Vi consiglio la lettura di un libro di Marco Deriu, in uscita presso la Editrice missionaria italiana, in cui si compila il dizionario delle parole della guerra. Tra queste parole vi sono “democrazia” e “libertà”, come le grande sofferenze del popolo iracheno purtroppo testimoniano. Ma cosa dire di parole come “progresso”, “sviluppo”, “crescita”, “economia”, “commercio”? La stessa parola “lavoro”, un tempo salvifica, oggetto del desiderio di grandi movimenti popolari, ha perso il suo senso originario, che era un condensato di sicurezza sociale, identità personale, progetto di futuro, associazione tra eguali. La disintegrazione della forma-lavoro, nell’epoca del capitale vagabondo e immateriale, ha rovesciato il senso di quella parola in insicurezza, impossibilità di costruire la vita, solitudine, precarietà.

Tutti noi avevamo immaginato, leggendo da ragazzi “1984”, il romanzo di George Orwell, che il rovesciamento di senso delle parole, per cui “pace” significa “guerra”, ad esempio, avrebbe potuto essere il frutto della propaganda di un regime comunista degenerato. Nessuno poteva prevedere che un primo ministro italiano avrebbe raccontato ai cittadini che un corpo di spedizione in un paese occupato e tuttora in guerra è “una missione di pace”, o che un presidente statunitense avrebbe dichiarato guerra al mondo in nome della democrazia.

Non sto divagando troppo oltre il raggio di azione dell’assessorato di un medio comune. E’ a questa altezza, che il nostro problema va affrontato. E qual è il nostro problema? Molto semplicemente, come dice il nostro amato presidente, Alberto Magnaghi, gettare le basi dell’autogoverno. Il che, tradotto, vuol dire creare una nuova democrazia il cui contenuto è il controllo sociale dell’economia. In una parola, ridare senso alle parole. O, se posso dirlo in modo più diretto, fare la rivoluzione.

Beninteso, una rivoluzione adatta ai tempi che viviamo. E che si fa non assaltando il potere, magari con le armi in mano, per sostituirvisi e usarne gli attrezzi per cambiare la società. Questo film l’abbiamo già visto e, come diceva Fantozzi a proposito della “Corazzata Potemkin”, è “una boiata pazzesca”. Per la precisione: il film di Eisenstein è un capolavoro, la vicenda che racconta ha la stessa attualità delle macchine a vapore. La rivoluzione, oggi, la facciamo facendola.

Non so se l’uso di questa parola–il cui senso si è tanto rovesciato, da decretarne l’abolizione–scandalizzi qualcuno, ma non ne trovo un altro per descrivere quel che, un pezzo alla volta, stiamo costruendo. Ho appena visto un bellissimo documentario, già candidato all’Oscar, su un vicenda del Sessantotto statunitense. Si racconta il gruppo dei “Weathermen”, studenti pacifisti e di sinistra che, man mano che la guerra in Vietnam produceva orrori e la repressione nixoniana si faceva più letale [in senso proprio: i dirigenti del “Black panther” venivano assassinati], scelsero la via delle bombe e delle armi. Ciò che finì, com’è ovvio, in un disastro. Ma le loro azioni, le bombe contro le sedi del Fbi e dei dipartimenti penitenziari, provocavano un grande clamore. Negli Usa, in quel periodo, tutti sapevano dell’esistenza di quel gruppo, il cui nome, che letteralmente significa “i meteorologi”, proveniva da una canzone di Bob Dylan, che all’incirca diceva: “Non c’è bisogno di un meteorologo per sapere da che parte tira il vento”.

Ora, noi siamo qui, a Firenze, a parlare di democrazia partecipativa, o diretta. Di economia solidale. Di consumo sobrio e responsabile. Di commercio equo. Di Denominazioni comunali. Di “coscienza di luogo”. Di Gruppi di acquisto solidale. Di canone sociale. Di comunicazione indipendente e comunitaria. E ancora: di rifiuto delle “grandi opere”, e di tutela dei beni comuni, a cominciare dall’acqua. Di città a misura dei due piedi e non delle quattro ruote, dell’abitare e non dello speculare. Di cooperazione internazionale e non di “ingerenza umanitaria”. Di opposizione ai centri di detenzione per migranti e di società pluriculturale. Siamo qui a parlare di pace. Tutti temi, o tentativi, o invenzioni, attorno a cui gruppi di persone si riuniscono, per metterle in pratica e per resistere al saccheggio di socialità e natura. E nel momento stesso in cui queste persone si mettono in moto ridiventano ciò che il mercato aveva loro negato: cittadini. Stiamo parlando di una società conviviale, amichevole con la natura, che includa tutti, e a tutti, dai bambini agli anziani, dia il diritto alla parola e a decidere su di sé e sui loro luoghi, che moltiplicati all’infinito sono il pianeta.

Che cosa è questo, se non una rivoluzione?
La differenza saliente con il passato è che si tratta di una rivoluzione gentile e paziente, i cui rivoluzionari hanno imparato la lezione: chi imbraccia le armi, le rivolge fatalmente contro se stesso. E dunque si tratta di realizzare, di convincere, di riunire, di fare un passo alla volta con la curiosità di chi si inoltra in un mondo sconosciuto e la cautela di chi si è in passato fratturato ambedue le gambe. Noi siamo i “weathermen” di oggi, ma molto diversi da quelli del passato. Come disse a un milione di persone nella più grande piazza di Città del Messico un bizzarro rivoluzionario mascherato, “siamo quelli di un tempo, ma siamo nuovi”.

Un sottoprodotto di questo stile rivoluzionario, diciamo così, è che siamo considerati marginali. Se non quando a milioni andiamo in strada per la pace, e per un giorno o due qualche editorialista si chiede da dove siano sbucati,, quei milioni, e dove vadano subito dopo a nascondersi. Oppure, e preferibilmente, quando qualcuno cede all’antico riflesso di rispondere per le rime a chi ti bastona, ciò che–leggete le testimonianze sulla caserma di Bolzaneto–capita in modi talvolta terribili. Altrimenti, nulla. Il movimento è morto. I “no global” sono tornati al di là dello specchio da cui erano, chissà perché, balzati fuori, bianchi conigli di un improbabile paese delle meraviglie.

Prendete le ultime elezioni regionali, ma prima ancora le comunali e provinciali, e le stesse europee. Lo scontro che appare è quello tra un liberismo sbracato e feroce, e un liberismo beneducato e feroce. E chi tenta di far notare che alcuni eventi, come ad esempio l’elezione in Puglia di Nichi Vendola, sono rivelatori di un’ondata di partecipazione di nuovo genere, e da una rinascita di pensiero meridionale–stavo per dire “meridiano”–nato dal rifiuto dello “sviluppo”, sembra un cane che abbaia alla luna, ignaro della dura realtà che abbiamo visto l’altra sera in tv: le facce di Berlusconi e di Alemanno contrapposte alle facce di D’Alema e Rutelli. E tutti avevano la stessa cravatta a pallini.

Non voglio fare il qualunquista. Ho votato per Marrazzo contro l’orrendo Storace. E abbiamo sacrificato–per così dire–una nostra compagna, Anna Pizzo, Che ora è deputata regionale del Lazio [e quindi le chiederemo di associarsi subito al Nuovo Municipio]. Le abbiamo chiesto di sperimentare dal vivo, per farne oggetto di ricerca culturale e giornalistica, cosa vuol dire “le associazioni chiedono agli enti locali”. Abbiamo alzato il dito umido, auscultato il vento, e deciso che valeva la pena provarci.

Perciò ho letto con estrema attenzione l’intervista che Piero Fassino ha concesso, giovedì, al Corriere della sera. Il segretario dei Ds dice che la vittoria dell’Unione è il frutto di “una domanda di modernizzazione”. E qual è, questa “modernizzazione”? Alla domanda se intende abolire la legge Biagi, Fassino risponde: “Non ho paura della flessibilità”, la quale, certo, non deve tradursi in “precarietà”. Sulle grandi opere e il Ponte sullo Stretto afferma: “Non siamo contrari in linea di principio”, anche se, certo, “purché stia dentro il sistema”. Quanto alle privatizzazioni, Fassino si vanta: “La più grande quota di privatizzazioni l’abbiamo fatta noi”. Per il futuro, aggiunge, “l’Italia ha bisogno al contempo di più mercato e più politiche pubbliche”. Come? “Privatizzando municipalizzate e servizi di pubblica utilità”. Quanto alla guerra, Fassino rinvia a un’altra intervista, in cui “apriva” a Bush, ecc.

E’ questo, che intendiamo per “dopo Berlusconi”?
Il 6 di maggio, in un Cantiere che abbiamo chiamato “Fuori programma”, cui partecipa una grande parte delle maggiori organizzazioni sociali, come la Cgil e l’Arci, molte riviste, la stessa Rete del Nuovo Municipio,ci troveremo facci a faccia addirittura con Romano Prodi, la cui Fabbrica del Programma è invece frutto di un pensatoio bolognese chiamato Il Mulino. Noi promuoviamo l’autonoma proposta del movimento e delle reti sociali. La Fabbrica ascolta le parti sociali. Noi siamo i meteorologi, Prodi–al più–indossa l’impermeabile quando grandinano liberismo e guerra. Però ci chiediamo: è possibile interloquire, riconoscersi vicendevolmente come interlocutori? E’ possibile “macchiare” il futuro programma dell’Unione, cioè del governo che–speriamo–sostituirà Berlusconi, con le nostre proposte, come si macchia il caffè con il latte? Si può segnalare che l’anno che ci separa dalle elezioni politiche, oltre alla necessità di inoculare nel paese antidoti ai ulteriori veleni che Berlusconi diffonderà, può diventare la stagione di una gigantesca consultazione sul paese che vogliamo? Se fosse possibile, la nostra rivoluzione avrebbe fatto un passo in più, oltre l’atteggiamento del periodo classico della rivoluzione proletaria, per il quale o si conquista il potere per cambiare il mondo o si brama un posto da deputato: impossibile la prima cosa e quindi inerte la seconda.

Scusate, non so se queste cose che ho detto sono quelle che ci si aspettava. Forse bisognerebbe essere più prudenti nell’usare le parole, come ad esempio “rivoluzione”. Ma ho la sensazione, spesso, che fare una cosa entusiasmante come chiedere ai cittadini di scriverlo loro, il bilancio della città; o avviare una cosa innovativa come un gestore telefonico equo e solidale; o una cosa giusta come buttar fuori dai distributori automatici la Coca Cola; insomma, quel che tutti facciamo ogni giorno, rischi di essere, ai nostri stessi occhi, una buona azione sì, ma marginale. Un grazioso orpello all’orribile fotografia del mondo qual è. Se ci sforziamo di essere realisti, di non cadere vittima dei miraggi, vediamo facilmente che non è così.

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