Modello San Patrignano

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E’ stato inaugurato lunedì 21 marzo, a Castelfranco Emilia, alla presenza del sottosegretario Mantovano e del ministro della giustizia Castelli, il primo carcere privato per tossicodipendenti, gestito, fra gli altri, dalla comunità di San Patrignano. Un evento politico-mediatico che fa da apripista, nel peggiore dei modi, alla legge Fini sulle droghe; una norma che introduce la possibilità del carcere o del “percorso di recupero” (coatto) per dieci milioni di cittadini, che le statistiche ufficiali definiscono “consumatori abituali di droghe”. Il governo Berlusconi paga così la cambiale politica ad Alleanza nazionale sui temi sempreverdi “dell’ordine e della sicurezza”. Il cerchio si chiude: da una parte, si conferma il “garantismo verso l’alto” e dall’altra si fa strada una concezione premoderna di stato etico, inflessibile e paterno, che sanziona e “recupera” comportamenti, stili di vita, espressioni di conflitto considerati devianti o socialmente pericolosi.

Un salto di qualità nelle politiche di controllo che inaugura, di fatto, la privatizzazione del sistema carcerario e la sua “aziendalizzazione”, come raccontiamo ampiamente nel numero di Carta in edicola.
Non è un provvedimento isolato, quello previsto dalla legge Fini, ma un altro elemento di un approccio penale alla gestione della società che si estende di continuo, in profondità e ampiezza. I Cpt per i migranti, il carcere per i tossicodipendenti, il tentativo di riportare in ospedale il “disagio mentale” e la stretta giudiziaria nei confronti dei protagonisti delle mobilitazioni contro la guerra e delle tante “insorgenze sociali” degli ultimi anni, rappresentano le diverse facce di questa strategia.
Per fortuna, le proteste non sono mancate, soprattutto da parte di quelle realtà sociali e politiche che si sono incontrate nel cartello antiproibizionista ConFinizero. A Castelfranco, quasi mille persone hanno partecipato al presidio contro l’apertura del carcere (a cui hanno aderito, fra gli altri, il Bologna social forum, Rifondazione, Verdi, Arci e Cgil), bloccando per alcune ore la strada che porta all’ingresso del carcere. Nota dolente, l’assenza delle amministrazioni locali che hanno scelto di non schierarsi con decisione contro un progetto in cantiere da quasi quattro anni.

Nelle stesse ore, alcune decine di studenti, precari, “consumatori”, e attivisti dei centri sociali Esc e Astra hanno occupato gli uffici del Dipartimento nazionale antidroga, nel centro di Roma, a due passi dal ministero delle finanze. Un’azione dimostrativa, simbolica che voleva catturare l’attenzione dei giornalisti e dell’opinione pubblica sul costo umano e sociale della legge Fini. “Armi” della protesta, uno striscione antiproibizionista e alcune divise a strisce bianche e nere, per denunciare che a rischiare il carcere sono milioni di cittadini. La reazione delle forze di polizia è stata sproporzionata: strattonamenti, spintoni, un accenno di carica davanti alle mani alzate dei cinquanta giovani. Neanche la presenza di due parlamentari, Paolo Cento (Verdi) e Graziella Mascia (Rifondazione), ha evitato l’identificazione dei partecipanti e una denuncia sicura per manifestazione non autorizzata, con un’altra (pendente) per “resistenza a pubblico ufficiale”. L’aria è pesante, non solo a Castelfranco Emilia.

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