Domenica siamo andati a trovare Giuliana, all’ospedale militare del Celio. Ci siamo andati da vecchi compagni, amici, non da giornalisti. Poi abbiamo conversato a lungo con Pier, uno di quelli della “meglio gioventù” – come dice lui – degli anni settanta, cui noi tutti apparteniamo. Questa conversazione con il compagno di Giuliana la pubblicheremo nel prossimo numero del settimanale: sarà un tentativo di riepilogare senso, ed emozioni, di un mese molto difficile e che, come ha scritto Gabriele Polo sul manifesto, ci ha definitivamente cambiati.
Giuliana sta molto meglio di come si era vista in tv, quando sbucò camminando a fatica dall’aereo che l’aveva riportata da Baghdad. E’ luminosa, in faccia, e parla, racconta, come chi ha la necessità di scaricare la tensione, il trauma tremendo della sparatoria, quando ormai la salvezza era vicina, il corpo di Nicola Calipari che le si accascia addosso, dopo che la pallottola lo ha colpito alla testa. Descrive i suoi rapitori, le giornate lunghe, la lampadina sempre accesa in faccia, l’impossibilità di dormire, i momenti in cui ha pensato che era finita e che l’avrebbero uccisa, le durezze e la fatuità, in una altalena sfibrante, dei suoi carcerieri, giovani, estremamente religiosi, tanto che lei usava le loro cinque preghiere islamiche come una meridiana, il solo orologio che le fosse rimasto, e le frange della sciarpa, a ciascuna un nodo, e ogni nodo un giorno di prigionia.
Noi siamo lì, ascoltiamo, siamo cinque o sei “vecchi” del manifesto, e ci comportiamo come una famiglia in visita, più attenti ai dettagli che hanno scandito quattro settimane di paura, i particolari del giorno in cui fu rapita, i carcerieri che le mostrano in tv la sua faccia appesa sul Campidoglio, l’aneddoto ormai stranoto sull’entusiasmo di uno di loro per aver visto Totti indossare la maglietta con il nome di Giuliana, l’impressione che ha fatto loro l’enorme quantità di gente che era nelle strade di Roma il 19 febbraio [a proposito di tipi come Sergio Romano, che hanno giudicato controproducenti le manifestazioni].
Ma la ricostruzione, il giudizio politico, vengono dopo. Prima ci preoccupiamo di sapere come l’hanno vestita “Mi hanno comprato un pigiama, per fortuna era di pail, che è caldo”, se ha sofferto il freddo, come poteva lavarsi “Bisognava aspettare le due ore di elettricità perché lo scaldabagno riscaldasse un po’ d’acqua”, come aveva affrontato il costume islamico nei confronti delle donne “Devi parlare a bassa voce”, la buffa gara a chi lava meglio il pavimento “Gli ho fatto vedere che ero più brava io”, le rassicurazioni cui non sapeva se credere [Dicevano: non vogliamo ucciderti].
Sono le piccole cose che descrivono un panorama, che colmano di umanità la solennità della nostra preoccupazione, del nostro dolore, le emozioni davanti al primo video, quando lei piangeva, l’ossessione di ricercare una occasione in più, un modo ulteriore di tenere ferma l’attenzione del paese su di lei, sulla Giuliana scomparsa.
E poi la liberazione, sino all’ultimo temendo di essere uccisa, finché, come tutti hanno scritto, una voce le ha detto: “Sono Nicola”. Il viaggio verso l’aeroporto, lo scoppio repentino degli spari, “e io mi sono gettata sotto il sedile”, ma questo lo dice solo perché qualcuno le chiede come mai ha un livido sotto l’occhio sinistra: “Non lo so, forse ho sbattuto, in quel momento”.
Noi non sappiamo se sia stato un agguato, o un disgraziato incidente. Questa polemica è idiota. Sappiamo che Nicola Calipari ha dovuto lavorare alla liberazione di Giuliana nonostante gli statunitensi, contro di loro. Che la scelta di portarla subito in aeroporto, di notte, dove un aereo aspettava, era una fuga sia dai rapitori che dalle truppe di occupazione. Questo è certo. E questo significa che Nicola e Giuliana, due persone molto diverse ma ambedue aggrappate alla vita, la propria e l’altrui, erano perciò persone di pace in un paese che la guerra ha fatto impazzire, dove chiunque può essere ucciso per il solo fatto di trovarsi lì. E sappiamo anche che chiedere alla volpe se la gallina l’aveva provocata, cioè aspettarsi verità assolute dall’inchiesta promessa da Bush, è una illusione.
Dopo aver visitato Giuliana e parlato con Pier, domenica pomeriggio, siano andati a metterci in coda all’Altare della patria [monumento che non amiamo affatto], per rendere omaggio a un uomo dello Stato [che amiamo assai poco]. Ma non sentivamo contraddizione, nel camminare tra l’ospedale militare del Celio e Piazza Venezia. Né la sentivano le migliaia di persone che erano in coda con noi. Calipari è stato ucciso dagli americani, e il senso di questa morte è che la guerra è una bestialità. In ogni caso. E questa è la sola morale possibile di questa vicenda.





