Se le torcessero un capello

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È vero, non sappiamo con precisione chi tenga Giuliana Sgrena. Presumibilmente, è stata rapita da un gruppo di banditi allettati dall’idea di fare soldi in fretta con un riscatto in denaro; altrettanto presumibilmente adesso è nelle mani di un gruppo politico-militare di fondamentalisti islamici o di ex sostenitori del regime di Saddam o un miscuglio d’essi e qualcos’altro ancora, e è questo gruppo in questo momento il responsabile del sequestro e l’unico che può deciderne la liberazione.

Chiunque l’abbia in mano è poco compassionevole e feroce. È vero, il sequestro, il rapimento, il “ratto” è un gesto odioso: annichilisce chi è nelle mani dei sequestratori, fa delle persone oggetti, cose, strazia i sentimenti e gli affetti, porta già con sé un carico d’odio e di disperazione che rende ogni cosa imprevedibile, sul filo d’un rasoio dove tutto può precipitare per un nonnulla e niente dei passi che fai, di quello che dici può mai rassicurarti fino all’ultimo che tu stia facendo la cosa giusta, che tu stia dicendo proprio quelle parole che vanno dette, rovesciando su di te il senso di colpa e la responsabilità. A volte puoi ritenere che un “protocollo di comportamenti” – quelle cose che si fanno sempre in queste condizioni – sia l’unica strada giusta per non dar fuori di senno. Ivideo dei sequestrati, in catene, in lacrime, supplicanti come chi ti spiega per la millesima volta che c’è un’unica idea che conta e quella devi afferrare aumentano il senso del tuo smarrimento. Cos’altro puoi fare ancora che non hai già fatto? Cos’è che non hai capito?

È vero, Giuliana Sgrena è stata poco prudente e poco cauta. Restare era irragionevole. Nessuna linea di condotta della propria vita fa da scudo quando la sottile linea rossa della guerra attraversa ogni cosa. Tutti i giornalisti erano da tempo nel mirino: avrebbe già dovuto lasciare l’Iraq, non incaponirsi a raccogliere storie e risvolti di storie, ad andarsi a cercare persone, facce, ferite, lutti che potessero dire il loro “racconto” di quello che sta succedendo a Bagdad e in Iraq, che non tutto fila proprio come c’era stato detto sarebbe filato e che il prezzo che si sta pagando è davvero troppo alto qualunque sia il beneficio o la missione. Avrebbe dovuto chiedersi se valesse la pena morire per Bagdad. Se c’è qualcosa che possa mostrare come l’opposizione a questa guerra, all’atteggiamento americano e alla follia terrorista non sia un sottrarsi alle “responsabilità”, non sia evacuare prudentemente e cautamente in una terra di nessuno al riparo ma al contrario scegliere con semplice determinazione la posizione più scomoda, esporsi in prima persona, anche sconsideratamente come sconsiderato è battersi per la pace quando infuria la guerra, qui si mostra con evidenza. Qui forse stanno anche le ragioni di una mobilitazione forte e pure non dai caratteri “popolari”, non “sentimentale”. Giuliana Sgrena in Iraq ci stava con i motivi d’un movimento, non d’una “nazione”. E neppure solo d’un mestiere.

È vero, lo sgomento e il dolore per il sequestro di Giuliana Sgrena colpiscono anzitutto i suoi familiari, i suoi affetti, i suoi compagni. Ma anche, a onde larghe, il mondo sociale che ha chiesto da sempre la fine della guerra in Iraq, di questa guerra. Nessun altro può capirlo. È un dolore al petto ma è anche un dolore alla testa, alla ragione. Ho la sensazione che l’onda d’urto di questo sequestro non ci sia ancora del tutto esplosa dentro: ne abbiamo avvertito il boato, ma la sua conflagrazione non è ancora completamente arrivata. Io, a esempio, ne sono frastornato. Tutto si arrovescia nel suo contrario, non capisci dove sia la testa e dove i piedi. Siamo sotto schiaffo. Con spontaneità ci mobilitiamo, con altrettanta consapevolezza sappiamo che non è questa la “posta” in gioco. Questa è la nostra “parte”. Solo una parte.

È vero, le istituzioni sono “carine” e gentili e compunte. Visitano, stringono mani, abbracciano, sostengono. Si stanno prodigando per stabilire un contatto con chi ha rapito e comunque detiene Giuliana Sgrena. Stanno facendo il possibile, riferiscono con dovizia a chi di competenza, vigilano sempre all’erta, la questione è verosimilmente al primo posto nelle loro agende, e l’intelligence si adopera sul terreno come e più di quello che possiamo immaginare. Sono vicine e compassionevoli.
Cionondimeno la guerra continua, col suo carico di bombe, attentati, sequestri, kamikaze, militarizzazione, morti, feriti. Irrimediabilmente. C’è bisogno di qualcosa d’altro, di qualcosa che sia ancora di più, più degli appelli, più delle trattative, più delle mobilitazioni, delle solidarietà. Qualcun altro deve fare davvero la sua, di parte. Ci vuole uno scarto, un “cedimento”. Un cedimento del governo. Il governo non è responsabile del sequestro della Sgrena, lo so bene, ma che c’entra? Il governo è l’unico che può fare un gesto significativo, risolutivo sulla guerra. Quell’unica idea che conta e devi afferrare in questo momento. Ci sono mille domande e mille ragioni che uno può porsi e può opporre. Sposeremmo così le “ragioni” dei sequestratori? Ma non diciamo scempiaggini. Saremo al riparo dagli attacchi fondamentalisti a casa nostra? Non lo so. La Francia non è mai stata in Iraq, ha avversato la guerra, ma è sotto il nostro stesso ricatto e sul suo territorio vi sono stati attentati. Daremo così più vigore e più arroganza al terrorismo fondamentalista? Forse sì, non lo so.

Ci sono nazioni che hanno abbandonato e dimenticato l’Iraq, ci sono aziende che avevano investito milioni di dollari e che sono andate via. Non sono migliori o peggiori di altri. Vi sono state costrette e questo è sempre un motivo sufficiente. È un atto di viltà internazionale, la rottura di patti e alleanze, la resa degli interessi nazionali e del prestigio internazionale? Forse sì, non lo so. Ci sono mille domande e mille ragioni che uno può porsi e può opporre. Ma non c’è ragione di Stato, ragione di guerra, una qualunque ragione che in questo momento mi sembri più importante della vita di Giuliana Sgrena. Tutte le “strategie” della politica, le minuziose esegesi sugli “scenari” in Iraq mi sembrano vuoti esercizi di stile di fronte l’unica cosa soda, reale, tangibile che in questo momento io riesca a capire: la vita di Giuliana Sgena. Al “manifesto”, al movimento della pace non è capitata una “disgrazia”: la commendevole commozione è gradita ma non è sufficiente. Occorre un fatto, una dichiarazione, un gesto, una decisione del governo che vada incontro alle “richieste” dei sequestratori. Mi rendo conto anche solo nel dirlo di quanto questo sia terribile.

Ma l’unica “trattativa” reale è questa: il resto va bene, va inseguito ogni tenue barlume, ogni filo per venirne a capo, ma è collaterale, parziale, appartiene a tutte quelle cose che si fanno in queste condizioni, ai “protocolli”. E invece ci vuole proprio un di più. Le forme non saprei neppure accennarle. Nessuno può dirci che sia risolutivo ma è la cosa più decisiva rispetto alla situazione. La cosa più “grossa” che si possa fare. Presto. Adesso.

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