Il principio

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Non c’è dubbio che, come scrive Pier Scolari alla sua Giuliana, la nostra parte la stiamo facendo. Lui, Pier, e i familiari di Giuliana. I suoi compagni del manifesto. Il mezzo milione di persone che erano nelle strade di Roma sabato scorso e gli altri milioni–impossibile contarli–che nelle loro città hanno fatto qualcosa, anche solo accendere una fiaccola, esporre una locandina o semplicemente sentirsi in ansia, parlarne con qualcun altro. E’ del tutto evidente a tutti, inclusi–pensiamo–i sequestratori di Giuliana, che qui, in Italia, il sentimento diffuso è quello che ha espresso–così bene–Gabriele Polo dal palco della manifestazione: la liberazione della nostra compagna e quella del popolo iracheno dall’occupazione, dalla violenza e dalla guerra, coincidono. Se si restituisce sana e salva lei, gli iracheni hanno una possibilità in più.

Ma nel frattempo la macchina della guerra, in ogni sua versione, macina vite, prosegue la sua corsa. I giornalisti italiani sono stati invitati a lasciare il paese. Che altro avrebbero potuto fare, se non obbedire, di fronte a un messaggio del governo che diceva in realtà “se restate è a vostro rischio”? Il buio che già gravava su quel che accade in Iraq sarà ancora più fitto: e le truppe statunitensi stanno facendo a Ramadi quel che già hanno fatto a Falluja. Non ne sapremo nulla.

Intanto, Bush propone ai governanti europei la sua ricetta: buoni rapporti tra noi occidentali, ma pugno di ferro con Siria e Iran, i nuovi bersagli, dopo l’Iraq, dell’esportazione della democrazia. Così, il “dibattito” slitta, tra i nostri politici: pro o contro Bush? Avete notato la differenza tra Bush Primo e Bush Secondo? No, a Ramadi non l’hanno notata. E nemmeno a Damasco o a Teheran. Neppure a Nassiryia, se è per questo. Ma non importa: tanto basta per buttar lì l’esca dell’"exit plan" [rigorosamente in inglese, come ogni cosa che riguarda la guerra, come “cluster bomb”, “embedded”, ecc.]. E mentre spagnoli, portoghesi, olandesi, polacchi, ecc., hanno già ritirato le loro truppe, o lo hanno deciso, i nostri carabinieri e bersaglieri restano lì a tutelare i diritti petroliferi dell’Eni e quelli di Berlusconi a trattare da “alleato” con la superpotenza.

Ogni notizie da o sull’Iraq, vero o presunta, ci fa sussultare. Temiamo e speriamo di sapere qualcosa di Giuliana. Ognuno di noi fruga nella sua fantasia, nelle sue passioni, per trovare il filo di un altro gesto da compiere, un’altra mobilitazione da organizzare. E se ne fanno già, dopo il grande corteo di sabato, come il dibattito che, faticosamente, s’è avviato tra i giornalisti, che sono tati privati del loro mestiere dalla guerra.

Ma è altrettanto importante constatare che al di là, o al di sotto, della rappresentazione ufficiale dell’umore del paese c’è un’Italia, una società intera, per la quale la pace non è un ostaggio da negoziare. Se qualcosa di buono ricaveremo da questa vicenda, è che noi, la gente che siamo, le nostre comunità e i nostri municipi, un eventuale governo formato dal centrosinistra, vogliamo smontare le trappole mortali come la guerra in Iraq–e le molte altre in giro per il mondo–ed evitare che a restarne vittima siano le persone, come Giuliana, che hanno dedicato la loro professione e la loro umanità a descriverne, per quanto possibile, l’orrore.

Dopo sabato scorso, e dopo le molte prove di questi anni, sappiamo che volere la pace non è una affermazione di principio, ma–se mi si passa il gioco di parole–il principio di una affermazione.

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