Petrolio

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Cosa c’entra, il Protocollo di Kyoto, con Giuliana Sgrena? Oh, certo, tutto c’entra con tutto, dirà lo scettico. Non c’entra niente, dirà il consumatore di “notizie”, quello che trova perfettamente naturale che Giuliana tenda a scomparire dai telegiornali. Non c’è “notizia”, appunto. Tranne, magari, la più grande mobilitazione, per la pace, cioè per la nostra compagna scomparsa in Iraq, da almeno un anno a questa parte [a proposito, chi non ha ancora aderito alla manifestazione di sabato prossimo lo faccia subito]. Ad ogni modo, il famoso Protocollo, che entra in vigore in questi giorni, e la vicenda di Giuliana hanno almeno un punto di contatto: la guerra. L’Iraq è stato invaso per molte ragioni, una delle quali – probabilmente la principale – è il petrolio. E perché il frutto del sottosuolo iracheno è così importante? È ovvio. Perché i combustibili fossili sono il carburante nel motore dell’Occidente. Sono la premessa indispensabile del tipo di civilizzazione che – come dice il circolo di Legambiente genovese di cui pubblichiamo qui sotto un riassunto della questione – se fosse esteso a tutto il mondo richiederebbe le risorse, prima di tutto energetiche, non di uno, ma di 2,6 pianeti Terra.

In questi giorni, i nuovi parametri fissati dall’Unione europea per le polveri sottili, prodotte principalmente dal traffico automobilistico, hanno fatto impazzire la maionese. Si è constatato, all’improvviso, che le nostre città sono – tutte – avvelenate oltre ogni limite accettabile. Ed ecco le aspirine che vogliono curare il cancro: targhe alterne, singole giornate di blocco del traffico, e poco d’altro. Ma si capisce bene, ormai, che l’automobile, per lo meno quella che consuma derivati dal petrolio, ha reso definitivamente invivibile l’ambiente in cui circola. Che bisogna cambiare strada, e farlo in modo radicale.

E sì che l’auto, e il consumo di benzine, è solo uno dei lati del problema che il Protocollo di Kyoto affronta in modo timido e insufficiente [oltre che scandalosamente monetizzato: già esiste un fiorente mercato delle quote di inquinamento, tra paesi ricchi e paesi poveri]. È tutto un modo di vita, una civilizzazione basata su un consumo di natura abnorme, a essere arrivato al capolinea. I parametri Ue sulle polveri e il Protocollo di Kyoto non ne sono che modesti, quasi inavvertibili, campanelli d’allarme. Chi dice che, dopo il Contratto mondiale dell’acqua, bisogna subito avviare un Contratto mondiale dell’energia – ossia una campagna mondiale per il risparmio, per un altro modello di consumi, e dunque di trasporti, e per fonti rinnovabili – dice una cosa esatta: come l’acqua potabile è il petrolio del nuovo secolo, per il quale si combatteranno guerre, allo stesso modo l’energia è il cuore della diseguaglianza planetaria.

C’è un’altra via possibile, naturalmente. Ed è quella di riesumare il nucleare [e infatti il fenomeno da baraccone che siede a Palazzo Chigi ha già pronunciato questa parola tabù con grande leggerezza, imitato da insospettabili imprenditori di sinistra ed ex ambientalisti], tenendo a bada nel frattempo con la forza i tumultuosi popoli del sud, privi di energia e ricchi di petrolio. In Iraq ma anche, ad esempio, in Venezuela, o in Iran. Ed è precisamente quel che sta accadendo. E quando giornalisti onesti, o operatori umanitari che lavorano a fianco dei popoli del sud, o missionari schierati con i poveri del mondo, o militanti di sinistra non ubriachi di “sviluppo”, o popoli indigeni, e così via, documentano, raccontano, creano legami e insomma segnalano l’urgenza terribile del problema, ecco che nascono grandi problemi. Perché la guerra è “contro il terrorismo”, ed è fatta per “portare la democrazia”, non è vero?

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