Il lavoro di Giuliana

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Un urto, prima di tutto affettivo, come il sequestro di una amica, di una compagna, Giuliana Sgrena, è un crudele richiamo alla realtà delle cose. È banale dirlo, ma di nuovo, noi smemorati della “notizia” del giorno che divora quella del giorno prima, sappiamo che una vicenda come quella irachena non si spiega come una partita di Risiko, e non riguarda in nessuna maniera solo l’Iraq: è viceversa un paradigma del genere di “modernità” cui l’impero decadente e violento ci costringe.

A quelli che sostengono, a destra e a sinistra, che il pacifismo è inutile perché non ha saputo fermare la guerra, e che è nocivo perché ha cercato di negare agli iracheni il diritto di andare alle urne, il viso di Giuliana appeso alla facciata del Campidoglio ricorda la durata e la complessità dei processi storici. Con l’11 settembre in modo dichiarato, ma nei fatti da prima, siamo precipitati nell’epoca del neoliberismo a mano armata, dacché la sua forza di convinzione, l’incantamento del “possiamo tutti diventare più ricchi”, si é sbriciolato nelle strade di Seattle e di Genova, e in quelle senza nome delle innumerevoli favelas del sud. Il movimento sociale che cerca e tenta altre strade non è nato per fermare quella guerra, né solo quella afghana, o una a caso delle altre decine che feriscono le società umane, ma appunto per costruire pezzo a pezzo un’altra possibilità. E lo sta facendo, ovunque, quasi sempre lontano dagli occhi dei media e delle indebolite politiche nazionali.

Solo pochi giorni prima del rapimento di Giuliana a Baghdad, si era concluso uno straordinario Forum sociale mondiale, a Porto Alegre, completamente ignorato dai grandi mezzi di comunicazione.
Giuliana, che é una pacifista da tutta la vita, era in Iraq per il suo giornale, altrettanto schierato con la pace, per testimoniare e raccontare le verità che la propaganda liberista e imperiale seppellisce insieme alle sue vittime. Ad esempio, la tragica vicenda di Falluja, città martire dell’occupazione militare. Ora ci dicono che il sacrificio di Falluja, e un paese vittima di terrorismi di ogni tipo, sono il prezzo da pagare per “la democrazia”. Siamo certi che si sia trattato di una gigantesca operazione di marketing politico, in cui il peso meno rilevante ce l’ha l’effettivo bisogno degli iracheni di decidere del loro futuro, e a loro modo. Ma Giuliana, questo, non ha potuto scriverlo. Né Florence. E nemmeno i giornalisti “embedded” che bivaccano negli alberghi, ascoltando e guardando solo quel che le truppe di occupazione vogliono far loro vedere e sentire.

Il movimento globale non ha fermato la guerra, non ha nemmeno procurato acqua potabile alle centinaia di milioni che non l’hanno, né ha sottratto la scuola dal mercato dei servizi, non ha creato una Unione europea realmente democratica e non ha cancellato la fame. Paradossalmente, é quel che i governi e le grandi istituzioni internazionali dovrebbero fare, che non fanno e rimandano all’infinito nel tempo, mentre guerra, sete, fame e commercializzazione di ogni aspetto della vita dilagano. E ne danno colpa a chi grida, documenta, si adopera per cercare rimedi.

Nemmeno Giuliana e Florence hanno rovesciato l’iniqua agenda dei grandi media. Ma ci stanno lavorando. Anche con le loro vite appese a un filo, nelle mani di chissà chi, ci fanno sapere che il solo scopo per cui vale la pena di vivere è cercare rispetto per l’umanità. Sono parole grosse, ma ci sono momenti in cui la nostra sobrietà deve saper riconoscere la sostanza degli eventi. In questo caso è: loro stanno facendo la guerra, noi la pace.

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