Si avrebbe la tentazione di irritarsi un po’, per il modo in cui i giornali hanno riferito del “cantiere sul che fare”, intitolato “Fuori programma”, che abbiamo organizzato insieme a tanti altri e che si è fatto domenica 16. Si sarebbe tentati, ma poi prevale l’assuefazione. Da quanti anni, e in quante occasioni, abbiamo segnalato che i colleghi giornalisti hanno la tendenza irresistibile, di fronte a un evento nuovo, di scegliere la scorciatoia del già noto? Così, un incontro inedito, da molti punti di vista, è diventato un raduno di “sinistra radicale”, in cui i partiti “a sinistra del centrosinistra” hanno deciso di dotarsi di una “fondazione”. Le riviste che hanno organizzato il cantiere sono, quindi, appendici servizievoli, e “di area”.
La possibilità che qualcuno o qualcosa possa scivolare via, o non collocarsi affatto, nelle caselle della politica data, non è contemplato. Anzi, è rifiutata con fastidio. Non solo dal Corriere della Sera o da Repubblica, tutore bifronte dell’ordine naturale delle cose, ma anche dall’Unità, che addirittura ne fa un romanzo giallo. Che disperata noia.
Eppure, le controprove non mancano. Nichi Vendola, per esempio. Secondo liturgia, un deputato che fa del rapporto con la società civile la sostanza del suo ruolo, che milita nel movimento omosessuale ed è comunista, non avrebbe la minima possibilità di essere designato come candidato alla presidenza di una regione importante come la Puglia. Ma proprio nessuna. Il fatto che, dei quasi novantamila che hanno partecipato alla scelta, la metà più uno abbia detto “Vendola”, è un fatto enorme. Perché significa che il monopolio dei partiti si è rotto, almeno in questo caso, e che a romperlo sono state le reti, i gruppi di cittadinanza attiva, ossia quel che chiamiamo “movimento”.
E’ un segnale, come quelli della Lombardia, della Calabria, e questo week end della Toscana [grazie al grande forum organizzato a Firenze], che perfino sulle elezioni regionali quelle reti riescono ad influire, e molto. E magari, domani, potranno farlo anche a proposito del governo centrale. Magari. Non lo sappiamo, ma, visto che vanno le cose, vale la pena provarci.
E il fatto che al Cantiere, domenica, ci fossero non le 400 persone previste, ma il doppio; che i gruppi di lavoro siano stati partecipati, e in qualche caso anche molto accesi [ad esempio sullo sviluppo e sul lavoro precario], che le proposte che ne escono sono chiare e condivise [salvo appunto dove la differenza, tra cultura di sinistra e altre culture critiche, è tanto grande, da richiedere un lavoro ulteriore], che tra tutte quelle persone c’erano molti di quei ragazzi che alle liturgie non credono affatto, e moltissimi “professionali”, gente competente che vuole mettersi a disposizione non di un “progetto politico”, ma di progetti di cambiamento, tutto questo ci conforta nell’ipotesi che sì, abbiamo afferrato un filo.
Quindi, ci siamo detti con i nostri amici delle altre riviste, si tratta ora di rendere durevole questo lavoro [e chi vuole parteciparvi non ha che da lanciare un segnale, attraverso i recapiti delle riviste, come la nostra], con gruppi di lavoro che tendono a diventare stabili; poi, bisognerà convocare un secondo Cantiere, su un ventaglio di temi ancora da evadere [la democrazia, la giustizia, la conoscenza, la comunicazione, le questioni di genere, ad esempio]. Infine, si tratta di cominciare a lavorare a un “luogo” robusto e autonomo che, lontano dal desiderio di “dirigere” politicamente il movimento, si metta invece al suo servizio, raccogliendo esperienze e conflitti, elaborandoli e riproponendoli nella forma di soluzioni possibili, come già è accaduto con l’acqua e con molte altre questioni. Interessa alla gente di sinistra, ai lillipuziani e ai sindacalisti, a quelli che occupano le case e ai pacifisti, eccetera, un tale “luogo”? A noi sì, anche se magari non vorremmo chiamarlo “fondazione”, parola che sa di stantio.
La prossima settimana comincia il Forum mondiale di Porto Alegre. Andremo ad ascoltare, sicuri di tornare qui con qualche altra buona idea. Nel frattempo, riflettiamoci. Chissà che il futuro possa non necessariamente scegliere tra un liberismo buffonesco e feroce e un liberismo beneducato e altrettanto feroce.





