Siccome facciamo fatica a prenderci sul serio, tanto che la nostra consultazione su cosa il centrosinistra dovrebbe mettere nel suo programma l’abbiamo chiamata “le secondarie”, e abbiamo insistito intitolando il Cantiere di domenica “Fuori programma”, qui in redazione, di quando in quando, c’è chi si chiede: “Ma a noi chi ce lo fa fare?”. E non si allude solo alla fatica di organizzare – insieme alle molte altre riviste e pubblicazioni con cui cooperiamo – quel che partiti sani di mente dovrebbero fare per loro “missione”, ossia stabilire, sulla base di una certa comprensione della società e dei suoi problemi, che cosa sarebbe più opportuno fare, una volta – forse – arrivati al governo.
Il “ma a noi…” ecc. nasce soprattutto da una situazione in cui Carta si è raramente – per non dire mai – trovata. Quella di cercare di chiarire un’intenzione, e di agire di conseguenza, in un ambito che per sua natura tende a travisare tutto, a vedere ovunque manovre occulte, a rendere i programmi una variabile dipendente degli schieramenti, a concepire le relazioni solo come rapporti di forza, a giudicare quel che si fa in base all’esito che si ottiene sui media, e così via. Quell’ambito è la politica, Tutta la politica. Inclusa quella della sinistra-sinistra, che ha a sua volta la tentazione di innestare, su una tradizione maldigerita di machiavellismo, le “moderne” forme del marketing politico: effetto, questo, del clamoroso indebolimento di tutti i partiti, anche i più radicali e sinceri nel voler cambiare le cose, quanto a relazioni con la società.
In poche parole: chi ce lo fa fare, a noi, di infilarci in questo ginepraio, quando abbiamo campato per anni difficilmente ma felicemente lontani da tutto questo, immersi fino ai capelli nei “cantieri sociali”?
Questo problema è poi aggravato dalla coincidenza tra il Cantiere e l’assemblea promossa dal manifesto per il giorno prima. Lo abbiamo ripetuto: la coincidenza è casuale. Però può essere utile, e comunque la si è gestita con garbo e cooperazione [infatti il direttore del manifesto, Gabriele Polo, sul numero di Carta in edicola, spiega ai nostri lettori cos’è l’appuntamento di sabato 15]. Abbiamo anche spiegato quanto i due incontri siano diversi. Ciò non toglie che i media, e molta sinistra-sinistra, facciano una gran fatica a distinguere, a capire. Per i giornali, quella del 15 altro non è che una operazione di schieramento: la sinistra del centrosinistra, ha scritto ad esempio Paolo Franchi sul Corriere della Sera, cerca di riorganizzarsi per pesare nell’alleanza, e anche di fare da contrappeso allo scarso entusiasmo, nei confronti della leadership di Prodi, che traspira da una parte della Margherita [noi siamo più prodiani di loro, è il senso del titolo di una intervista, sempre sul Corriere, ad Alberto Asor Rosa]. La “cosa” del giorno dopo o non esiste, perché le sue intenzioni sono bizzarramente “no global”, oppure è la naturale prosecuzione dell’altra: prima il contenitore, poi il contenuto. Al punto che, per fare un altro esempio, Fosco Giannini, dell’Ernesto [corrente di Rifondazione], su Liberazione mette tutto insieme: “le giornate del manifesto”, scrive.
Va bene. Che la sinistra-sinistra cerchi di riorganizzarsi non può che essere un bene. ma quel che noi – insieme agli altri – stiamo cercando di fare è un’altra cosa [insisto: non in alternativa, perché non è sullo stesso piano, ma differente sì]. Di che si tratta? Semplicemente, del fatto che il movimento, o la società civile, l’”altermondialismo”, insomma le reti sociali, i nuovi municipi, il sindacato, le grandi organizzazioni come l’Arci, gli ambientalisti, i nuovi gruppi meridionali, e l’elenco è lungo, hanno in grande autonomia elaborato un altro punto di vista, diverso sia dallo statalismo sviluppista [scusate la formula, ma è per essere brevi] della sinistra radicale tradizionale, sia dal liberismo dal volto umano [ammesso che sia umanamente possibile] dei “riformisti” del centrosinistra, Prodi incluso. Non solo il movimento ha elaborato un altro punto di vista, ma lo sta mettendo in pratica, in modo diffuso e a macchie, con successi e fallimenti, un po’ ovunque.
Non sto a rifare l’elenco: diciamo che questo punto di vista ha due cardini, la democrazia diretta dei municipi, o aspirazione all’autogoverno, e il rifiuto della “crescita” come parametro del benessere sociale. Attorno a questi due pilastri, una varietà incredibile di aggregazioni si è creata e messa in moto, rendendo concreta la frattura tra il Novecento e il nuovo secolo, tra l’economicismo e un’altra concezione della società globale.
Ecco dunque la domanda. Se questo movimento – culturale e sociale – ha investito di sé, come abbiamo constatato nel nostro lavoro, le istituzioni locali, fino agli esperimenti di “programmi partecipati” in diverse regioni, è possibile pensare che possa far valere il suo punto di vista anche nei confronti di chi vorrebbe sostituirsi a Berlusconi? Ancora: è possibile pensare che questo punto di vista si organizzi, in quanto capacità di cogliere le novità sul terreno, i conflitti e le proposte di soluzione, per trasformarli in proposte e rappresentarli in modo permanente, e in autonomia, anche agli occhi degli oppositori di Berlusconi? Questo è il problema che cerchiamo di porre con il Cantiere di domenica, noi di Carta. Magari ci sbagliamo completamente, e il solo orizzonte possibile è quello della politica di sinistra, e tutto il resto è un miraggio. A noi non pare sia così. Perciò abbiamo deciso di tentare. E a chi, tra noi, dice “chi ce lo fa fare?”, domanda densa di significato, forse possiamo rispondere “cosa abbiamo da perdere, data l’autonomia che ci siamo guadagnati in anni di immersione fino ai capelli nella società?”.





