Florence ci riguarda

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In questo momento, non sappiamo se Florence Aubenas, l’inviata dei quotidiano francese Libération della quale il giornale diretto da Serge July ha annunciato di aver perso le tracce da mercoledì scorso a Baghdad, sia stata rapita, tanto meno da chi eventualmente venga tenuta prigioniera, né se abbia avuto un incidente o chissà cos’altro. Quel che possiamo però dire con certezza è che la sua sorte ci riguarda. E quando dico “noi” intendo tutti coloro che a suo tempo si mobilitarono in ogni modo per ottenere la salvezza delle due Simone, le operatrici di Un ponte per sequestrate in Iraq, e che non riuscirono a fare altrettanto per Enzo Baldoni. E ci riguarda, la vicenda di Florence Aubenas, per due motivi evidenti.

Il primo è che la giornalista di Libération è l’ennesima vittima “occidentale” delle catastrofi che colpiscono il sud del mondo. Catastrofi naturali, ma con conseguenze e una gestione del soccorso tutt’altro che naturali, come quella che ha colpito, in modo così enorme, le rive dei paesi che si affacciano sull’Oceano Indiano. O catastrofi artificiali, come la guerra in Iraq, che sta precipitando verso elezioni che, se presentano vantaggi politici per Bush, provocano un autentico bagno di sangue, senza metafore, nel paese occupato.

Certo, Florence non è una turista, ma di nuovo possiamo toccare con mano, come al tempo di Baldoni e delle due Simone, e in numeri enormi nel maremoto asiatico, che viviamo in un solo mondo, non in un primo o terzo o quarto che non si toccano. Siamo tutti direttamente coinvolti, almeno per il fatto che soldati italiani si trovano in Iraq e migliaia di srilankesi vivono tra noi. Il fatto che lo tsunami abbia oscurato le vicende terribili dell’Iraq è forse un riflesso umano, il rifuggire da una overdose di angoscia. Ma questo non rende quella vicenda meno urgente e vicina di quanto non fosse quando le nostre due compagne erano nelle mani di chissà chi.

C’è poi un altro motivo, per cui la sparizione di Florence ci riguarda. La giornalista francese, di origini belghe, non è solo una inviata di Libération, ma una nostra compagna, autrice di alcuni libri importanti, alcuni dei quali scritti insieme a Miguel Benasayag, psicoanalista argentino, esule dalla dittatura e residente in Francia. Uno di questi libri, in particolare, che si intitola “Résister c’est créer” [pubblicato nel 2004 in Italia da Mc editrice], è stato più volte segnalato da Carta come uno dei testi più interessanti di quella corrente di pensiero, e movimento sociale, che in Francia tutti chiamano “altermondialismo”. Il nostro movimento.

Che sia una persona così, che a Baghdad stava indagando–pare–su quel che è davvero accaduto a Falluja quando gli statunitensi l’hanno rasa al suolo, a scomparire in Iraq, forse sequestrata, ripropone di nuovo l’angosciosa domanda che ci eravamo fatti su Enzo Baldoni, su Simona Pari e Simona Torretta, e che riguardava–e riguarda–la follia della guerra. Non può essere un passaporto diverso, a fare la differenza. Noi, adesso, ci sentiamo come quando scomparve Baldoni, angosciati e impotenti. E, se qualcosa si potrà fare per Florence, siamo pronti a farla. E questo dovrebbe valere per tutto il movimento della pace italiano.

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