Per quel che mi riguarda, ma penso di interpretare un sentimento diffuso, la tragedia in Asia mi ha tramortito. Eravamo finalmente a riposo, dopo un anno da non augurarsi a nessuno, e l’enormità degli avvenimenti mi ha lasciato senza fiato. Con una grande sensazione di stanchezza. Come non bastassero le notizie quotidiane di massacri in Iraq, o nel Darfur, o la faccia da pupazzo del ventriloquo di Berlusconi, o Mastella che se ne va, ecc. Eventi differenti, di differente importanza, naturalmente, ma che di quando in quando formano un groppo, non si può inghiottire più, bisogna pensare ad altro.
Non è così, ovviamente. La sera del 26 dicembre, a poche ore dall’onda di maremoto che ha travolto coste, villaggi, poveri e turisti, ero a Sarteano, in provincia di Siena, ad accompagnare, in una delle sue cento assemblee, Alex Zanotelli. Un piccolo teatro strapieno, ad ascoltare l’analisi delle “follie totali”, così si esprime Alex, che rendono questo mondo un posto cattivo per vivere. Tre ore in silenzio, schiacciati dall’elenco dei disastri e delle politiche omicide dei potenti di ogni tipo. E ciascuno si chiedeva: dov’è la speranza?
Intanto, nei giorni successivi, abbiamo incamerato informazioni. Numeri, soprattutto: venti, no sessanta, no centomila morti. Mezzo milione di feriti. Milioni di senzatetto. Tredici italiani, forse centinaia. Mille svedesi. Cinque centimetri: di tanto si sarebbe spostato l’asse terrestre. Trecento, forse cinquecento chilometri l’ora, la velocità dello “tsunami”. Cinquantamila vittime nella sola Aceh. Trentacinque milioni di dollari donati dagli Stati uniti. Dieci milioni di euro regalati via Sms [regalati a chi?]. Non c’è giornalista o commentatore che non elenchi cifre, statistiche, numeri appunto. Come se l’aritmetica bastasse a spiegare il dolore, la tragedia, il futuro scomparso, i bambini uccisi o orfani, le barriere coralline scomparse.
Dice bene Sergio Romano, sul Corriere della Sera: ogni catastrofe naturale è anche una catastrofe politica. E sociale, aggiungiamo noi. L’ex ambasciatore spiega: paesi come l’Indonesia o l’India, che hanno un Prodotto interno lordo che cresce al ritmo del 6 per cento l’anno, conoscono – nonostante o grazie a questo – un abisso di diseguaglianze crescenti. Non c’era alcun sistema di allarme, non c’è alcuna protezione civile, i poveri sono più poveri e più numerosi, perciò più vulnerabili. Non accadrà, si chiede Romano, che questa catastrofe si trasformi in una grande ribellione contro una “crescita”, una economia, tanto inique?
Poi arriva Bush, se ne sentiva la mancanza. Il presidente degli Stati uniti proclama guerra alla tragedia, crea una “coalizione” e getta nella spazzatura della storia le Nazioni unite, che, almeno, sull’”aiuto umanitario” avevano fin qui mantenuto un formale semi-monopolio. Gli aiuti, dice Bush, li porteranno i marines. Forse ha letto l’editoriale di Sergio Romano.
Dov’è la speranza? Sarebbe semplice, in verità: la speranza è ciascuno di noi. Se non sentirà troppo la stanchezza, l’avvilimento, la sensazione di impotenza di fronte a una tragedia tanto grande da parere incommensurabile, che nessun numero potrà mai spiegare. E lo siamo perché gli stati e gli eserciti, le loro flotte aeree e la loro ossessiva preoccupazione per “i connazionali”, i cui cadaveri non andrebbero cremati con quelli dei “locali”, anche se il dolore di una madre dello Sri Lanka non è diverso da quello di una madre di Bologna, perché la loro potenza è drammaticamente e visibilmente impotente. Noi crediamo si debba sperare nella possibilità che quella grande parte dell’umanità che ha marciato contro la guerra, e si è adoperata per la giustizia sociale, possa prendersi per mano e aiutare davvero i nostri concittadini asiatici. Le Ong e i missionari che coraggiosamente, da laggiù, ci raccontano quel che accade lo testimoniano.
Non è molto, ma è molto più che spedire un Sms. Troveremo il modo, insieme, per far sì che questa speranza, di nuovo, diventi fatti, azioni.





