Una proposta per la Palestina

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Il 14 dicembre a Ramallah, un gruppo di giovani palestinesi sta rientrando a casa. Non hanno i soldi per un taxi e tornano a piedi. Quella strada, però, è oggetto di un rastrellamento. I soldati israeliani fermano qualsiasi uomo tra i 18 e 50 anni. I giovani che camminano nella notte non sono armati, non appartengono a nessuna organizzazione politica. Sono, però, molto pericolosi. Sono artisti, poeti, filosofi, attori. I terminali nervosi della sensibilità di un popolo che ha costruito la sua patria sulle parole, fin a quando non potranno essere le strade e le città a prenderne il posto.

È un episodio “piccolo”. Niente quasi, rispetto alle bombe, alle demolizioni delle case, agli ulivi strappati dal terreno, alle morti. “Ma è una cosa che mi lacera il cuore”, scrive un’amica italiana che vive in Palestina, “Perché vuol dire che la loro voce, la loro musica, le loro idee fanno più paura delle armi”.
Alle idee, allora, e a nuovi modi per farle circolare. Un testo, anzi un intero allegato, bilingue, in italiano e in arabo, accompagna l’almanacco di Carta che è in edicola dal 16 dicembre al 6 gennaio. È un’iniziativa senza precedenti, come senza precedenti è la situazione in Palestina. Dove anche le elezioni sono un’espressione dimezzata della libera determinazione del popolo palestinese, ricattato dall’occupazione e dal rischio di dover scegliere tra una pace finta e la prosecuzione di uno stillicidio quotidiano che ha asfissiato la speranza di un futuro, più ancora che la realtà del presente.

La parte più importante di questo allegato è il Manifesto per un movimento per la cultura e la democrazia in Palestina, un’iniziativa comune di Carta e Kufia, proposta da Ali Rashid e resa possibile dal sostegno della provincia di Napoli.

Il manifesto nasce da una profonda riflessione sulla crisi in Palestina e in Israele, sintetizzata nell’articolo di Ali Rashid che precede il testo principale. Una crisi che ha messo radici ostinate, capaci di intaccare perfino la nuda possibilità di pensare qualcosa di diverso dallo scontro miope, immediato, rabbioso.
L’idea che sostiene il documento che abbiamo deciso di pubblicare, invece, è quella di proporre un piano di confronto più alto e più a lungo termine. Tanto rispetto all’opposizione quotidiana all’occupazione israeliana (per ciò che riguarda i palestinesi che vivono nei territori occupati) quanto nel sostegno alle organizzazioni delle società civili palestinese e israeliana, che cercano di costruire un futuro di pace e giustizia per i due popoli, superando lo stallo interessato creato dalla diplomazia dei governi. Abbiamo voluto provare ad uscire dal labirinto dell’oggi per rimettere in moto il pensiero e la politica, attorno al sogno di una Palestina possibile, da immaginare come metafora di altre occupazioni, di altre ingiustizie.
La Palestina è al centro delle linee di frattura, culturali, politiche, religiose, del mondo contemporaneo. Perciò quando scriviamo Palestina, pensiamo anche, con piena consapevolezza della specifità di ogni situazione, all’Iraq o al Sahara occidentale, per citare due casi tra i tanti. Perciò ci sembra urgente ripartire da lì, da quella piccola terra divisa e contesa, per toglierci dalla testa la guerra e la barbarie e ricominciare a parlare di umanità, diritto, giustizia, convivenza.

L’altro pilastro su cui poggia il manifesto che regaliamo per fare da cerniera tra il 2004 e il 2005 è l’esperienza del rapporto tra le organizzazioni sociali italiane e quelle palestinesi e israeliane. Ciò che è stato fatto in questi ultimi anni ha, secondo noi, un valore esemplare, quasi costituente. Per gli esperimenti di diplomazia dal basso, di interposizione pacifica, di cooperazione decentrata, di sostegno alle forze locali, di comunicazione e collaborazione. Per il valore dello scambio che ha cementato rapporti, relazioni, progetti in grado di incidere sulla realtà locale, di fare la differenza. Di sfidare, con silenziosa tenacia, una micidiale macchina militare e di propaganda. È la stessa sfida che si sta dispiegando su scala globale, da quando la guerra è diventata preventiva e permanente.

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