Bhopal vent'anni dopo

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Nelle prime ore del mattino del 3 dicembre 1984 una nube tossica, acidula, che fa venire le lacrime agli occhi di un gas dal nome strano e prodotto da una transnazionale (la Union Carbide) entra silenziosa nelle case di mezzo milione di indiani, uccidendone silenziosamente 7000 in un colpo, altri 13000 nel giro di qualche mese e producendo almeno 100mila malati cronici di cecità, difficoltà respiratorie, attacchi di panico. Il rapporto pubblicato da Amnesty International e riportato sulle testate dei giornali di mezzo mondo rievoca quelle immagini che io, all’epoca adolescente, vedevo passare in tv senza ben capire come queste disgrazie succedevano sempre in quelle parti del mondo…

Ancora oggi a venti anni di distanza migliaia di persone continuano a soffrire e patire a causa di acqua e terreni avvelenati. E al danno–come al solito se non bastasse–si unisce la beffa. Nonostante il governo indiano avesse raggiunto un compromesso per il risarcimento di 470 milioni di dollari alle vittime, ne ha pagati, secondo quanto riporta l’International Herald Tribune del 1 dicembre 2004, tra il 1989 e il 1998 solo 230 milioni riservando gli altri per operazioni di bonifica e aiuto ai residenti locali. Ma i sopravvissuti hanno impugnato e vinto la decisione presa dal governo che dovrà così rimborsare l’importo complessivo, interessi compresi. Le 570 mila vittime riceveranno in tutto circa 1150 dollari di risarcimento, una cifra ben lontana da quanto pagato dai produttori di sigarette negli USA alle loro vittime. Sarà che anche la vita e la salute in India valgono meno?

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