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Si sarebbe detto un tempo: questo è il paese di Pulcinella. Ma siccome nessuno sotto un certa età sa più chi sia Pulcinella, meglio dire che questo paese è un videogioco. Come quello in cui Lee Oswald spara al presidente Kennedy. Come l’Iliade di plastica di Brad Pitt e quella tradotta in fighettese da Alessandro Baricco. Siamo nell’ordine delle “Domeniche In”, e perfino “Porta a porta” sembra una cosa seria, a parte Berlusconi che firma i contratti con gli italiani.

Prendiamo appunto il famoso taglio delle tasse, che domina l’informazione italiana da settimane, un’altra Iliade con Follini nella parte di Ettore, Fini in quella di Patroclo e Berlusconi, non c’è bisogno di dirlo, in quella di Achille. Cose così le facevano Margaret Thatcher e Ronald Reagan un quarto di secolo fa. Allora, si trattava di una rivoluzione. Per far andare l’economia, bisognava rovesciare il procedimento: non più alti salari per incentivare il consumo, ma capitali alleggeriti da tasse e altri pesi “statali” per poter svolazzare dove vogliono. Per un po’, ha funzionato, anche se i mercati si sono ristretti e accelerati in modo isterico, visto che i consumatori solventi erano sempre di meno, sebbene sempre più ricchi. Poi, a un certo punto, la macchina si è rotta.

Lo sanno anche i bambini, che non funziona più. Invece, arriva Berlusconi e regala una manciata di euro in più ai ricchi, due manciate ai più ricchi, lascia le tasse di tutti gli altri come sono e in compenso taglia le spese pubbliche [a cominciare dai comuni], aumenta le tariffe e precarizza, cioè impoverisce, il lavoro. Geniale. Alzi la mano chi crede che i ricchi, e i ricchi più ricchi [Berlusconi in persona è al quarto posto in non so più quale classifica dei miliardari terrestri], saranno incoraggiati a “investire”. E se anche lo facessero, a che servirebbe? A creare “industrie” estremamente volatili, che magari iniziano una produzione al sud, o dove vi sono altre agevolazioni fiscali o finanziamenti pubblici, e poi, siccome un lavoratore italiano non è un bambino indonesiano, sposteranno la loro fabbrica di vezzose scarpe da trekking in un continente meno esigente.

Finito lo spot, al telegiornale, comincia il videogioco conseguente: è per aver detto più o meno queste cose, che a Cosenza si processano inconformi di vario tipo per aver cospirato contro lo stato e contro l’economia nazionale. Qui il gioco si fa duro. Soprattutto perché le imputazioni sono grottesche, ma il tribunale e il carcere sono veri. Un brusco ritorno alla realtà, ammesso che lo si voglia.

Ma non si vuole. Fallisce in modo fragoroso la “new economy” applicata al trasporto aereo, rovinando una delle poche cose italiane simpatiche nel mondo, “Volare”, la canzone diventata linea aerea “low cost” [le schifezze si nominano tutte in inglese, rifletteteci], e cosa ci fanno sapere i telegiornali? Che le vacanze natalizie di chi aveva prenotato un viaggio alle Maldive, a Cancún o a Sharm el Sheik [sembrano posti lontani, ma sono lo stesso, identico luogo] sono rovinate. Meno male, si aggiunge con un pizzico di invidia, che ci sono gli irlandesi di Ryan Air che, con un colpo di genio di marketing, offrono agli appiedati un biglietto gratis. Quanto ai lavoratori, chi se ne frega? Il lavoro è mobile, troveranno qualcos’altro. Chissà quante tasse pagavano, i manager che hanno inventato il buco di Volare. Di certo, non saranno incriminati per sabotaggio all’economia nazionale.

Se uno trova la forza di sfogliare il giornale, la mattina, e non è ancora del tutto alienato, non crede ai suoi occhi. Paolo Mieli risponde a una lettera, sul Corriere della Sera, che lamenta le “sofferenze” degli italiani in Venezuela. Purtroppo, invece di un Berlusconi di Caracas, presidente lì è quel “populista” di Chávez, che fa cose “peroniste” come far pagare le tasse ai ricchi e trasformare in spesa sociale i guadagni del petrolio. Invece Lula, presidente brasiliano, si è dimostrato responsabile, sta pagando tutto il debito estero del paese e riceve pacche sulle spalle dal Fondo monetario: purtroppo, la riforma agraria è sparita, i Sem Terra continuano a essere uccisi dai latifondisti e il famoso programma “Fame zero” assomiglia molto all’aggettivo “zero”.

Vogliamo parlare di Falluja, altro videogioco terribilmente serio? Un bel giorno, la città irachena assediata, bombardata, macellata è scomparsa dai notiziari. Di colpo. Fa capolino qualche covo terrorista scoperto, qualche deposito di armi catturato, qualche “camera di tortura”, robaccia così. Ma la gente, le persone e le famiglie, dove sono finite? Non importa: i marines hanno vinto. “Missione compiuta”, anzi “mission accomplished”, così ci capiamo.

Quanto all’Ucraina, è solo perché Berlusconi si aggirava per le strade di Porto Rotondo con un tipo basso, muscoloso e in canotta nera, certo Putin, presidente russo, che ci vengono risparmiati i buoni, vecchi automatismi anticomunisti dell’epoca della guerra fredda. La Russia non è l’Unione sovietica, però è “espansionista”, ovvero quel sistema di mafie che governa il grande paese vuole tenersi le miniere ucraine e il petrolio khazako, ed è in concorrenza con le multinazionali e i governi occidentali. Anche nella ex Jugoslavia andò così: Germania e Vaticano riconobbero a tempo di record l’indipendenza della Croazia, dando il via alla peggiore macelleria europea dopo il ‘45. L’Ucraina potrebbe spaccarsi in due, e non pacificamente. Ed è con grande levità che i telegiornali annunciano la “guerra civile”. Nessuno si chiede se, per caso, il meccanismo di “integrazione europea”, fondato solo sul mercato, tralasci altri aspetti della vita sociale dei paesi, le culture, la coesione, una democrazia sostanziale e non solo formale.
Vi abbiamo presentato il notiziario della sera. Non vi deprimete, un altro mondo sarebbe possibile.

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