Dopo Falluja

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Nemmeno quella pallida imitazione della libertà di cronaca e del dovere d’informazione che è il giornalismo “embedded” riesce a nascondere del tutto l’orrore della guerra. Come per Abu Ghraib, l’orrore banale e scontato sfugge alle maglie della censura, deborda dalla comunicazione ufficiale, asettica e chirurgica, cui ci hanno abituato i media di questa parte del mondo.

Un marine entra in una moschea piena di corpi. Vede un ferito, si avvicina e spara. Quante esecuzioni del genere ci sono state a Falluja? E prima ancora? Non lo sapremo mai. L’esercito degli Stati uniti farà un’inchiesta, il marine in questione verrà processato, condannato, forse, e se la caverà.

Come se la sono cavata i torturatori di Abu Ghraib. Le solite mele marce che però non compromettono la qualità del cesto dei cavalieri della democrazia. In compenso, l’orrore degli altri viene mostrato o, ancora meglio, raccontato. Vi si allude o, se serve lo si analizza, seziona, spiega. Ci si fanno ragionamenti e sofismi. Come se fosse diverso morire sgozzati o con un proiettile calibro 5,56 millimetri in fronte.

Abu Ghraid e Falluja sono crepe in una costruzione mediatica molto efficace. La progressiva anestetizzazione della guerra, ridotta a percentuali di città controllate o alla contabilità dei caduti.
La censura è però una coperta corta. Non copre tutte le nefandezze che fanno male alla propaganda, e non copre le difficoltà strategiche degli Stati Uniti in Iraq. Mentre Falluja veniva devastata, ecco che a Mosul la guerriglia ha lanciato una serie di attacchi che, di fatto, hanno sottratto la terza città irachena al controllo delle forze statunitensi. Ora, per riprendere ciò che sembrava sicuro, viene annunciata una nuova offensiva e già si stanno muovendo i primi mille soldati, accompagnati dagli ascari del governo Allawi. Dopo Mosul, sarà magari Ramadi, Hilla o Mahmudiya…Ma è evidente che le truppe statunitensi non sono sufficienti a controllare nemmeno Baghdad. E neppure i giornalisti arruolati, tanto indisciplinati da osare filmare ciò che il telecittadino non dovrebbe mai vedere.

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