La domanda non è retorica e la risposta (ammesso che ci sia) neppure. Cosicché fin dal titolo l’incontro con la società civile irachena, che si terrà l’11 e il 12 a Roma diventa cruciale. La risposta è di quelle sulle quali ci si gioca quasi tutto quello in cui molti credono e per il quale hanno investito, rischiando e lavorando.
Gli iracheni che parteciperanno all’incontro lo hanno fatto in condizioni inimmaginabili per un occidentale, per quanto operatore di pace egli sia e per quanta compartecipazione metta nella propria missione. Sotto le bombe, con l’aeroporto chiuso, con il coprifuoco in atto, con intimidazioni e minacce che crescono di intensità ora dopo ora, senza neppure sapere se potranno tornare nel loro paese né come e quando, alla fine solo in cinque degli otto iracheni che avevano risposto affermativamente all’invito delle associazioni e delle organizzazioni [anche di Carta] italiane sono riusciti ad arrivare.
Segno di una determinazione, di una necessità, anzi di una urgenza, che non può che chiede una nuova solidarietà fondata non solo e non tanto su qualcuno che porta aiuti a qualcun altro ma sullo scambio reciproco e paritario di culture, speranze, politiche. A indicare che la pace non si esporta né si elargisce ma si costruisce. Basta questa consapevolezza a “Costruire ponti di pace”, come propone il titolo dell’iniziativa? Probabilmente no ma è certo la sola strada percorribile.
Quando nel Comitato Fermiamo la guerra molte organizzazioni e associazioni, tra cui Un Ponte per, pensarono di dar vita a un incontro che rovesciasse la logica tradizionale dell’andare nelle zone di guerra producendo così un piccolo evento storico e una indicazione di alto respiro, vennero contattati non meno di venti iracheni e irachene, ciascuno portatore di una diversa esperienza e di una peculiare sensibilità. Poche settimane dopo ci fu lo strappo: il rapimento di Simona e Simona e degli altri due operatori. Sono stati giorni terribili che necessariamente hanno bloccato l’iniziativa, anzi d’un colpo l’hanno cancellata. Eppure, il giorno dopo la liberazione, è stata la stessa associazione delle Simone a proporre di riprovarci. Intanto, però, l’Iraq è tornato a essere più di prima, forse peggio di prima, un simbolo: della rinnovata potenza di Bush e della “superiorità” dell’Occidente. Anche i cinque cittadini iracheni che stanno per arrivare in Italia sono a loro modo un simbolo: di quanto sia una grottesca invenzione lo scontro di civiltà e al tempo stesso di come sia possibile realizzare un cantiere che va da oriente a occidente per costruire un ponte di pace.





