Gli straccioni di Falluja

041108falluja02

Finalmente una vera battaglia! Di quelle serie, annunciate, preparate, napoleoniche. Con i ponti, l’avanzata, le imboscate e una vittoria, forse. Una bella battaglia da plastico televisivo, dopo il plastico delle autobombe e dei guerriglieri sfuggenti, invisibili, così poco telegenici.

Finalmente i marines faranno vedere di cosa sono capaci: ammorbidimento delle posizioni nemiche con l’artiglieria pesante, attacco a tre dimensioni, in larghezza, in lunghezza e in altezza, grazie agli elicotteri Apache e al mitico supporto aereo. Finalmente le giacche azzurre si preparano a spazzare via gli ultimi mohicani che, illusi, pensano di opporsi al destino manifesto della democrazia che si espande a macchia di petrolio in tutto il globo.

Fuori dalla città che era detta delle moschee, un paio di divisioni della macchina da guerra più potente della storia, con un volume di fuoco difficilmente immaginabile da noi comuni mortali. Dentro, cinque o forse sei mila guerriglieri. I civili, chi ha potuto, se ne sono andati. In un raggio di pochi chilometri dalla città assediata stanno accampate decine di migliaia di famiglie. L’area, dicono dal Pentagono, è sigillata: nessuno entra, nessuno esce. Chi è dentro ci resterà. Per sempre.

Leggendo le cronache di oggi, però, c’è qualcosa che non torna. Sul piano militare e su quello politico. La più potente macchina da guerra della storia, ha dovuto chiedere ai britannici di spostare un battaglione (650 uomini) per “liberare” truppe da combattimento da mandare nella mischia. La guerriglia invisibile ha intensificato gli attacchi in tutte le altre zone, da Baghdad a Ramadi, da Mosul e perfino nel sud, dove è stato sabotato un oleodotto. Il New York Times ha chiesto oggi di inviare altri 40 mila soldati. C’è il rischio che Bush gli dia ascolto. Anche l’aeroporto di Baghdad è stato chiuso. Sembra che i generali statunitensi siano così contenti di poter combattere una battaglia vera da dimenticarsi, o quasi, di tutto il resto.

Intanto, stato d’emergenza, per due mesi, cioè fino alle elezioni. C’è da combattere Zarqawi, dice il governo Allawi e c’è da riconquistare il triangolo sunnita, quindi poteri speciali. La finzione del ritorno alla democrazia è durata sei mesi. Che elezioni si possono organizzare sotto legge marziale? Quelle addomesticate che servono ad eliminare il rischio di una vittoria sciita o quantomeno contraria all’occupazione.

A Falluja, forse, non si sta giocando il futuro di tutto l’Iraq, ma certamente si sta cercando di mettere un’ipoteca molto pesante. Non molto diversi da Saddam Hussein, i nuovi “governatori” di Baghdad stanno sfruttando ogni occasione (Zarqawi, al Sadr, Bush) per accentuare il carattere autoritario del loro vassallaggio. A spese dei “loro” civili e di decine di aspiranti poliziotti o soldati che per un salario miserrimo diventano carne da cannone.

Falluja non è un’autobomba. Non è un attentato nel giorno dell’Ashura, né un ostaggio sgozzato, né un civile rapito, né un colpo alla nuca. È il Ramadan che finisce nel sangue. Falluja è una battaglia. Accettata, forse, anche per distinguersi dagli ottusi e spietati specialisti delle autobombe e dei kamikaze. Politicamente autistici, alibi dell’occupazione.

I cinque o sei mila straccioni di Falluja hanno già vinto, per quanto possano perdere sul campo. Hanno vinto perché hanno costretto la macchina da guerra più potente della storia a trattarli come un esercito e non come un problema di ordine pubblico. Che differenza fa? È una questione di dignità. L’ultima cosa da sbattere in faccia al nemico e al mondo.

invia per mail torna su
Archivio degli editoriali
Seleziona un periodo
11 ottobre 20 ottobre 4 novembre 8 luglio 8 marzo abbonamenti abbonati abdul abiti puliti aborigeni acqua Afganistan Afghanistan africa agricoltura agricoltura biologica agricoltura biologica. decrescita agricoltura. decrescita Aiab Aids alitalia altra economia altra politica Amazzonia ambiente America latina Americhe 2004 animalisti Annapolis antifascismo antimafia antimafia sociale Antiproibizionismo antirazzimso antirazzismo antirzzismo anziani api aprilia Argentina Armenia armi Atene 2006 atomiche auser Australia auto autoproduzione aziende Balcani Bali Bamako banca Banca mondiale Bangladesh banlieues basi basi militari Basilicata bene comune beni comuni Bergamo bilanci partecipativo biocarburanti biodiversità biologico Birmania bitch Bolivia Bolkestein bollywood Bologna Bolzano borse Brasile brimania Britel Bulgaria bussolengo Calabria calcio cambiamenti climatici cambiamento climatico Camerun Campania cantautore cantieri cantieri sociali Caracas Caracas 24/29 gennaio carbone carcere carovita carta Casa catania Caucaso cemento censura centri sociali cgil Chavez chiaiano chiapas Ciad ciampino cibo Cile Cina cinema Cipro Cisgiordania città cittadinanza clandestini clandestino clima Colombia comboniani commercio commercio equo commercio equo. decrescita comuni comunicazione Congo conoscenza consumi consumo critico contadini controvertice