I desideri e la realtà

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Gianantonio Stella è proprio bravo. Inoltre è simpatico e per nulla arrogante, qualità molto rare in giornalisti del suo calibro. Questa volta, però, si è dedicato a uno sport troppo facile: sparare sulla Croce rossa. Sul Corriere della Sera di giovedì ha infilato la penna nella piaga: la copertina con cui il manifesto aveva annunciato, il giorno prima, il trionfo di John Kerry: “Good morning America”. Destinata, scrive, a “restare eterna”. Bene, sono pronto a scommettere una cena, con Gianantonio, che se le cose fossero andate diversamente lui avrebbe scritto lo stesso articolo, sul titolo eguale e contrario del Foglio di Giuliano Ferrara, con la differenza che sarebbe stato assai più indulgente, a proposito del rapporto tra desideri e realtà. Purtroppo, non avremo controprove, e quella cena non si farà.

Il meno che si può dire, comunque, è che un titolo destinare a restare “eterno” è meglio di un titolo che finisce nella spazzatura, come quelli che il Corriere della Sera fa ogni giorno, ad esempio, sulla affermazione della democrazia in Iraq, sulla missione di pace delle nostre truppe a Nassiriyia, sulla necessità per gli israeliani di dotarsi di una “barriera di difesa”, sul fatto che l’economia mondiale è in ripresa e farà piovere i suoi benefici fin nell’ultimo villaggio del Mali, sulla “locomotiva americana” cui l’Europa è vilmente agganciata, tralasciando la circostanza che è la guerra, il carbone della locomotiva, eccetera. Per non parlare dei titoli che non diventeranno eterni perché, semplicemente, non vengono fatti, e ne potrei citare centinaia.

Ma questo, ammetto, è un modo di discutere troppo evangelico: va bene, ho una pagliuzza nell’occhio, ma faresti bene a guardare le tue travi. La pagliuzza resta lì.

Allora, di che si tratta? L’articolo di Stella è sintomatico di un modo di vedere le cose che definirei amputato, e che non è naturalmente solo il suo. Qui abbiamo un presidente degli Stati uniti che ha adoperato, nei suoi primi quattro anni, il potere militare, diplomatico ed economico del suo paese per fare due guerre, distruggere la legalità internazionale, dividere gli alleati in buoni e cattivi, impoverire e accrescere la parte povera degli stessi Usa [per non parlare del resto del mondo], sabotare il protocollo di Kyoto e il Tribunale penale internazionale, istituire un diritto del più forte la cui materializzazione sono Guantanamo e Abu Ghraib… Si potrebbe continuare a lungo: sono fatti incontestabili, e infatti nessuno li contesta. Piuttosto, li si ricopre di ideologia [occidentale, liberista…] e li si spaccia per necessari, utili, perfino giusti. In questo, appunto, il Corriere della Sera, è all’avanguardia, nei suoi titoli usa-e-getta.

Così, l’estrema difesa di chi va dicendo che alternative non ve ne sono – e infatti sosteneva, non del tutto a torto, che un Kerry presidente non avrebbe potuto o voluto sterzare davvero, tale è la deriva – è che il voto sta a confermare quanto, pur sgradevole, Bush sia la sola risposta possibile ai problemi della sicurezza, della crescita economica, e così via. E siccome, argomenta Gianantonio, il voto dimostra che l’"altra America" non esiste, o non è abbastanza forte da rovesciare con il voto la deriva, allora non resterà, a chi non è d’accordo, che ridiventare un anti-americano “nudo e crudo”. Il messaggio è: rassegnatevi, manifestazioni per la pace, movimenti, intellettualità inconforme e stampa democratica, tutta questa roba non serve. C’è spazio solo per un mondo di Bush e, dall’altra parte, per un minoritarismo arrabbiato e impotente.

Più o meno, è lo stesso segnale che ci piovve sulla testa all’epoca della “missione compiuta”, o “vittoria”, in Iraq, quando Carta fece un titolo che non è diventato “eterno” solo per distrazione: “Bush perderà la guerra”.

Ebbene sì, il manifesto, come scrive sulla prima pagina del giorno dopo, ha scambiato i desideri con la realtà. Forse ha avuto troppa fiducia nel voto, anzi nel fatto che nel voto avrebbero potuto precipitare i desideri di decine di milioni di statunitensi, nonché di centinaia di milioni di terrestri. Anche se è una elezione in cui vota il 57 per cento degli elettori e perciò viene lietamente giudicata enormemente partecipata [e l’altro 43?], e anche se la campagna elettorale, una guerra stellare televisiva le cui armi erano 550 milioni di dollari e in cui, come hanno appurato indagini attendibili, la gran parte delle affermazioni e accuse reciproche erano false, non è precisamente l’"ambiente" adatto perché minoranze, comunità, reti e campagne sociali, e così via, possano farsi vedere, argomentare, prosperare.

Ma, detto questo, che c’è di male, a sperare? A desiderare? A sbagliare, desiderando? A, come dice quel tale, camminare domandando? Certo, c’è il galateo giornalistico, gli orari di chiusura, le sfumature. Ma, passati gli exit polls e i conteggi dei voti [che, Stella ammetterà, sono un po’ bizzarri, come quei “voti sospesi”, espressi ma non si sa se validi, nel famoso Ohio], resta che quasi la metà degli statunitensi è escluso dal voto e quasi la metà di quelli che votano non sono d’accordo, che l’opposizione alla guerra e miriadi di altri movimenti sociali e una cultura viva e aperta continuano ad esistere anche negli Stati uniti di Bush [e sono la ragione per cui non possiamo dirci “anti-americani”, e che la guerra non è mai stata un futuro radioso, se non per Filippo Tommaso Marinetti e altri come lui convinti che l’automobile fosse il destino dell’umanità [e lo è stata, purtroppo]. Non saranno i “voti elettorali” dell’Ohio a cancellare il bisogno profondo – negli Usa e ovunque – alla pace e a un altro genere di mondo. E il manifesto, e noi con i nostri compagni, continueremo a confondere i desideri con la realtà. E a chiederci: qual è la velocità del sogno?

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