No, non è un commento, questo. È una lista di domande accumulatesi nella notte. Davanti agli schermi, a districarsi tra “ballot”, voto postale, grandi elettori e contee dai nomi che ricordano la toponomastica di Tex Willer. La verità, mi sembra, è che degli Stati uniti d’America non sappiamo un bel niente. Hai voglia a leggere Dos Passos e Vidal, Roth, Forsyth, Clancy, Hersh, Vonnegut e Woodward o a visitare New York e San Francisco. Abbiamo confuso (un “noi” molto ampio) desideri e realtà. Volevamo che vincesse Kerry, e che vincesse nettamente. Non perché fossimo convinti che Kerry potesse dare una svolta vera alla politica estera statunitense, ma che almeno ci liberasse dai grugni dei Wolfowitz, dei Cheney e delle Rice. Che, insomma, si potesse aprire qualche spiraglio.
Ci sembrava assurdo, a noi europei “ottimisti”, che i cittadini statunitensi potessero scegliere ancora W. Bush. Invece, salvo sorprese dall’Ohio, lo hanno scelto. Non c’è Michael Moore o Bruce Springsteen che tenga. Il voto popolare, prima ancora che quello dei grandi elettori, ha premiato Bush. Perfino la massiccia affluenza alle urne, da tutti i commentatori indicata come sicuro segnale di maggior sostegno a Kerry, si è rivelata tutt’altra cosa.
Abbiamo (sempre il noi molto esteso) una visione cinematografica degli Stati uniti d’America, e su questa, per esempio, la politica italiana ha reagito a ogni sussulto dei sondaggi. Come se fossero indicazioni di voto sulle prossime regionali o sulle politiche del 2006.
Chi ha votato per Bush? Quale macchina organizzativa e di mobilitazione si è messa in moto? Dove? Alcune risposte arrivano, ma sono generiche: le chiese protestanti dell’evangelismo conservatore militante, le lobby petrolifere che hanno finanziato generosamente spot e tutto il resto [mezzo miliardo di dollari speso per le due campagne elettorali: una cifra inverosimile], le forze armate e il loro corollario industriale, eccetera. Vero, probabilmente. Ma sono categorie astratte. Se avessero nomi, indirizzi, storie, facce, sarebbe più facile, forse, capire qualcosa. Soprattutto che cosa diavolo sanno, loro, di quello che sta oltre l’Atlantico e il Pacifico, che idea ne hanno e, in fondo, se gliene frega qualcosa. Oggi, 3 novembre, pare proprio di no.
L’altra domanda che viene in mente è rivolta a noi, qui, in Europa, in Italia. Perché se gli Stati uniti d’America sono uno dei futuri possibili (e al momento quello più probabile, per molti aspetti), allora ci dovremmo interrogare, e molto, sugli umori che uno come Bush o, in trentaduesimo, uno come Berlusconi, riesce a captare. Il Texas non è la Lombardia, ovviamente, eppure…
Le prossime settimane e i prossimi mesi ci diranno se qualcosa è cambiato anche nell’amministrazione Bush. Non è un bel segnale, che i civili stiano fuggendo da Falluja, in Iraq, dove le truppe del neo-confermato comandante in capo si stanno preparando a un assalto finale rimandato per evitare di sporcare di sangue fresco le urne. O per seppellire ricorsi e polemiche post elettorali sotto una pioggia di bombe e di retorica corazzata.
E infine: ma perché i singoli stati degli Stati uniti d’America non si mettono d’accordo e scelgono un unico sistema di voto, almeno per le presidenziali?





