Il sabato del villaggio

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Sabato alle due del pomeriggio molte, moltissime persone, di nuovo manifesteranno a Roma per la pace in Iraq, per il ritiro immediato delle truppe, per l’autodeterminazione dei popoli, per la fine immediata dei bombardamenti, per la libertà delle persone e il rispetto dei loro diritti e per dire che un’Europa si può costruire solo sulla pace e che il primo articolo di una Costituzione che non c’è è: “L’Europa ripudia la guerra”.

Manifesteranno probabilmente in tanti anche se un po’ più stanchi, più delusi, con meno speranze e con meno determinazione del 15 febbraio del 2003, non perché la situazione in Iraq non lo richieda né perché c’è una sorta di assuefazione perfino alla guerra.

Ma c’è davvero qualcuno che pensa che si possa convivere con l’orrore? Che si possa pensare di cancellare per sempre le parole, i gesti che hanno nutrito le speranze di tanti di poter fermare l’orrore?

Non è assuefazione quella che affligge chi crede che solo dal rispetto dei diritti, dalla pace e dalla democrazia possa nascere la civile convivenza. E’, al contrario, disperazione che è un pessimo sentimento non solo in sé (naturalmente) ma anche per gli effetti che può produrre.

Qualcuno invece ritiene di essere depositario delle sole parole che vanno dette, dei soli gesti che vanno compiuti per opporsi alla guerra. Ritiene, insomma, di poter interpretare a suo modo il popolo della pace dandogli qualche briciola di speranza, magari sotto forma di una evanescente mozione parlamentare.
Altri addirittura pensano che la guerra, in fondo, seppure in forma moderna, sia niente di meno che “l’igiene del mondo” in grado di portare la civiltà dove ora c’è solo barbarie.

Altri, invece, e sono la maggioranza di questo paese, sono costretti a ripetere che l’orrore della guerra genera i mostri (che infatti si stanno moltiplicando) e che non ci può essere nessuno sconto, nessun emendamento possibile al No alla guerra, senza se e senza ma.

Il villaggio della pace ha cominciato a dirlo molto tempo fa e la guerra non si è fermata; segno che dice una cosa sbagliata? Segno che ci vogliono altri strumenti per farsi intendere? O segno che occorre proseguire in quella lenta ma indistruttibile costruzione di un villaggio che contenga molti villaggi e che non può non avere, alle sue fondamenta, il ripudio della guerra?

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