Londra val bene una mossa

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Non possiamo esordire, al ritorno dal Forum sociale di Londra, facendo appello al solito, un po’ retorico ma sempre efficace" si spengono i riflettori sul terzo Forum sociale europeo" perché i riflettori non si sono mai accesi. Almeno non quelli dei media, non in Italia e perfino in Gran Bretagna solo il Guardian ha seguito poco e male l’evento che pure, per quel poco che possiamo dire come testimoni oculari, si è rivelato piuttosto inedito nella storia dei movimenti “altermondialisti” in quel paese.

Poiché i ritorni “in patria” provocano sempre uno shock non bello in chi ha respirato, seppure in mezzo ai “fumi di Londra”, un’aria nuova, con venti di tante parti del mondo–scirocco ma al tempo stesso anche tramontana e perfino quel meraviglioso “ponentino” di cui si è persa memoria dalle nostre parti–e ha capito che un nuovo movimento può scaturire anche grazie al Forum di Londra, proviamo a riflettere su due o tre spunti.

Che così riassumiamo: quello che c’era, quello che è mancato, quello che vorremmo ci fosse in futuro.
C’erano tante persone, diverse tra loro, molti giovani, molti inglesi, molti italiani, molti spagnoli, molti greci e un buon numero di francesi. Per la prima volta c’era anche l’Est europeo, perfino la Russia, e c’era il nord, che aveva quasi del tutto disertato i due precedenti Forum europei.

C’era una grande attenzione, superiore ai precedenti appuntamenti, alle culture: tanto cinema, teatro, tanta musica. C’erano alcune “personalità” apprezzabilissime–ricordiamo una piacevolissima serata a discutere con Ken Loach prima in un teatro e poi in un pub o una cena con Tariq Raqmadan.

C’era vita, voglia di ascoltare [blocchetti per appunti come se piovessero nelle conferenze e nei seminari] ma anche voglia di parlare tanto che non c’è stata conferenza, seminario o quant’altro che non si protraesse fino all’inverosimile “intasata” da domande, interventi, brevi racconti e testimonianze della platea.

C’era infine la scoperta di un altro pezzo di mondo in movimento–quello anglosassone–che non era affatto, alla vigilia, una cosa così scontata.

Non c’erano, invece alcuni temi che per un pezzo del mondo altermondialista che è “nato” a Porto Alegre sono come l’aria che respirano: non c’era grande attenzione ai “beni comuni dell’umanità” come l’acqua, la terra e l’aria.

Non c’era grande spazio per la comunicazione e la conoscenza–sempre di bene comune dell’umanità stiamo parlando–se non, ma solo in chiave di mediattivismo, nell’Oltre forum del Camden Centre.
Non c’è stata, infine, ed è la cosa che più ci pesa, sufficiente “curiosità” da parte degli organizzatori, di guardare oltre: oltre la politica di Blair, oltre i propri steccati ideologici, oltre l’opposizione indiscussa alla guerra. Come se, a Londra, l’antiliberismo si fosse un po’ ristretto diventando un movimento di sola opposizione in cui l’altro mondo possibile fosse un po’ uscito di scena.

Quanto a quello che vorremmo ci fosse in futuro, parlo di sensazioni, non certo di programmi [rinviando, per il programma, a quel faticoso e per certi versi miracoloso documento conclusivo dell’Assemblea dei movimenti sociali]. La sensazione è che la stragrande maggioranza del popolo altermondialista ne abbia le scatole piene della necessità che “la politica torni al primo posto”, della guerra dei bottoni tra organizzazioni, delle sgomitate tra chi, nei Forum, deve avere l’ultima parola. Che abbia le scatole piene, insomma, di quella necessità pavloviana di individuare il nemico e perciò stesso esistere. E che, insomma, il vecchio John Halloway, presente al Forum per un faccia a faccia con Fausto Bertinotti, abbia messo una bella pulce nell’orecchio a molti con il suo “Cambiare il mondo senza prendere il potere”.

Sono solo sensazione ed è giusto prendersi del tempo, ma se quello che abbiamo capito è vero, lo potremo già verificare a scala “nostrana” sabato 30 ottobre quando queste cose verranno portate nelle strade di Roma da altermondialisti nella forma di migranti, precari, cittadini democratici, pacifisti…

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