Questo è un messaggio personale di noialtri, che lavoriamo in questa redazione a fabbricare il giornale e a riempire il sito, a ciascuno di quelli che hanno la cortesia o la voglia o l’interesse di leggerci. Sono state tre settimane molto difficili, e solo martedì sera, quando siamo entrati – i redattori di Carta – nelle stanze di Un Ponte per, e abbiamo abbracciato e siamo stati abbracciati, abbiamo riso e brindato, con i compagni delle due Simone, con tutti quelli del Comitato Fermiamo la guerra, solo allora abbiamo sentito davvero quanto per ventuno giorni fossimo stati chiusi nella nostra preoccupazione e attivi in modo ansioso, vigili giorno e notte sull’ultima notizia, concentrati ad interpretare i segnali contraddittori che venivano dall’Iraq, dal Kuwait, dalle nostre città e da internet. Solo quando quella tensione si è sciolta, abbiamo capito quanto fosse stata opprimente. In quel momento – come poche volte nel passato – abbiamo capito quanto la politica e le strategie, le manifestazioni e l’informazione, insomma gli utensili che solitamente usiamo per tentare di smontare la macchina della guerra, sarebbero inservibili senza un ingrediente indispensabile: l’affetto.
Siamo così “vili” e “utopisti”, come ha graziosamente scritto quell’intellettuale organico alla guerra che è Adriano Sofri, da essere convinti che senza la commozione, la condivisione, la fraternità [terzo punto del programma fondamentale della Rivoluzione francese, molto sottovalutato], le due Simone, Ra’ad e Manhaz non sarebbero sopravvissuti. Certo, il governo ha agito per una volta in modo discreto e responsabile, senza proclami sulla “fermezza”; sicuramente è stata decisiva la diplomazia, il lavoro dei governi giordano e forse siriano. Tutto quel che si legge sui giornali, un certo clima politico, le ricostruzioni di quel che non si è visto, è tutto molto importante.
Però, era sufficiente guardare le due ragazze scendere dall’aereo, vestite di belle tuniche arabe, il sorriso aperto, tenendosi per mano, indifferenti alle molte autorità, vederle cercare con gli occhi i loro compagni, le madri, per capire che c’è qualcosa, in loro, che né la politica né la diplomazia potrebbero mai spiegare, o regolare. Ed è precisamente quel che accomuna, persona per persona, gruppo per gruppo, famiglia per famiglia, milioni di persone in Italia, nel mondo e, ora possiamo dirlo, in Iraq e nel mondo arabo e musulmano. Dire che “la pace si fa con la pace” non è solo una formula utile per la propaganda, è infinitamente di più: è uno stile di vita.
Se le due Simone fossero state di quegli “operatori umanitari” – e ce ne sono molti – che considerano quel che fanno una professione, né più né meno che costruire un ponte o un oleodotto, e se avessero obbedito – come molti giornalisti “embedded” – agli ordini delle truppe di occupazione, non avrebbero stabilito una relazione personale, intima, con quel certo bambino, con la sua famiglia, con il religioso o con il medico che cerca di procurare protesi agli offesi dalla guerra. Non sarebbero state, come sono, parte viva di una umanità che cerca, anzi crea, un’altra possibile convivenza, e conoscenza reciproca, lontano dalla guerra pure così vicina, nelle strade di Baghdad. La “diplomazia” dei milioni che in Italia e ovunque sono contro la guerra non è l’individuazione del nemico, principalmente, ma la ricerca dell’amico.
La liberazione delle due Simone, hanno detto i nostri amici del Ponte, è una metafora. Ora è più possibile di quanto fosse tre settimane fa credere che gli iracheni possano liberare se stessi da un gigantesco sequestro: l’occupazione militare e le autobomba, gli elicotteri a picco sulle case e una violenza indifferente alla sorte dei civili, perciò “terrorista”, e molto diversa dalla resistenza che pure è forte. In un 25 aprile di qualche anno fa, un vecchio partigiano disse che “sì, abbiamo preso le armi, ma lo abbiamo fatto per poter smettere di usarle”: persone così ci sono anche in Iraq, e molte, come sappiamo dopo gli appelli per le due Simone da Falluja assediata e bombardata.
C’è chi dice che adesso è il momento di qualcosa di forte, una manifestazione nazionale, che affermi questa possibilità. Ma, se si farà, una cosa del genere ha necessità di essere nutrita di intenzioni, di progetti, di condivisione appunto. Perciò ci siamo chiesti: che cosa accadrebbe se, per paradosso, al governo andasse il movimento per la pace? Le truppe italiane sarebbero ritirate subito, ovviamente. Ma poi? In cosa consiste una effettiva politica di pace, qui, in questo momento, alle condizioni date, in Iraq e nello scenario internazionale? Abbiamo rivolto questa domanda a molte persone e, insieme a loro, abbiamo cercato di stendere un primo “programma di governo” pacifista, a proposito dell’Iraq. Lo troverete nel numero del settimanale che esce questa settimana con il titolo molto ambizioso “Come farla finita con la guerra”. E’ solo un primo passo. Ma se le due Simone, e i milioni di persone come loro, scriveranno insieme questo programma, come già stanno facendo, allora sì, libereremo l’Iraq. E la Cecenia, il Darfur, l’Afghanistan…





