Col fiato sospeso

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Da parecchi giorni, appena mi sveglio, la prima domanda che mi faccio è se siano ancora vive le due Simone e i loro amici, Manhaz e Ra’ad, se siano stati tutti finalmente liberati. Anche durante il giorno me lo chiedo, e spesso è la prima cosa che domando quando torno a casa dal lavoro – ci sono novità? -, e incontrando e parlando con qualche amico che so legato al mondo dell’informazione o della politica o che ha solo l’abitudine di girare tanto per internet – ci sono novità? Ho persino visitato dei siti in arabo, sperando che per una qualche tecnica della comunicazione globale – che so, il contatto visivo – potessi ricavarne una notizia superando la mia ignoranza della lingua, o che il carico dei miei sentimenti potesse essere sciolto e premiato da un’improvvisa e miracolosa comprensione di quei segni che magari recavano una buona novella. Ho pena per loro, penso ai familiari, agli amici che le hanno conosciute. Continuo a sperare.

Non ho una particolare opinione sul sequestro, anzi per dirla tutta non ho proprio alcuna opinione. Non possiedo elementi di valutazione o informazione che mi facciano ragionare sul carattere di questo sequestro e di questa detenzione, se essi siano “anomali” o se piuttosto rientrino in una “normalità” di accadimenti – se normale e anomalo sono poi aggettivi che possono ancora avere un senso di giudizio per queste cose e per quello che sta accadendo in Iraq. E non riesco a esercitarmi in queste valutazioni. D’altra parte, a me sembra che avere un’opinione – come una trincea della ragione – non sia l’atteggiamento prevalente. Che emergano angoscia e speranza o indifferenza e cinismo, quel che si esprime non rientra nel campo delle opinioni, ma dei sentimenti e delle emozioni. Persino certi “ragionamenti”, che leggo qui e là, o sento, mi suonano più come dei sentimenti “preventivi” – quasi preparandosi al peggio, o anche al meglio, per non lasciarsi travolgere da quello che accadrà. L’emozione fa premio su tutto.

E’ come se ogni discorso suoni adesso fuori luogo – quando non volgare -, o ci porti in giro senza costrutto parlando d’altro. E nella crucialità che questa storia ha assunto per molti, per tutti, possa diventare insopportabile un “esercizio della lingua”, una tiritera, un blabla. Dopo, parliamone dopo. Un certo pudore, persino una estrema delicatezza e un atteggiamento compunto prevalgono. Tutti sperano di potervi por fine con una esplosione di gioia per l’avvenuto rilascio e il ritorno. Io non so dire se questo sia il viatico a una auspicata o temuta “solidarietà nazionale”. Però, a me sembra che questo che stiamo vivendo abbia davvero i caratteri di un nostro “dramma nazionale”. Chi ha sequestrato i quattro operatori di ‘Un ponte per’ ha sequestrato tutti insieme i nostri sentimenti e le nostre emozioni. Non tanto quelli di una nazione, ma quelli di ciascuno di noi.

Ad accrescere questa montagna russa di emozioni è l’assenza di immagini. Le immagini, i video di esecuzioni sommarie, di teste mozzate, di prigionieri annichiliti, ridotti a pura forma biologica di vita, suscitano in noi occidentali un senso “culturale” dell’orrore, il superamento di un limite dell’umano, tanto da farci distogliere lo sguardo per la sua insopportabilità: per molti versi è lo stesso sdegno che prevalse di fronte le orribili immagini del carcere di Abu Ghraib. Ma si può presumere che i principali “beneficiari” dei video terroristi – come è per i video degli shahid, dei martiri – siano invece i telespettatori del mondo arabo, in cui suscitano uno spettro di reazioni più viscerali – almeno, a leggere i resoconti sui forum di internet, dalla empia soddisfazione alla sete inesauribile di vendetta, all’ira. Ma questa sottrazione di immagini, che sta seguendo di pari passo la sottrazione dei sentimenti, è invece “proprio per noi”. Come avessimo in testa un cappuccio di Abu Ghraib – ancora – noi non vediamo nulla di questo sequestro. E, come per il cappuccio, questo “buco nero” allarga il panico: in esso regna la paura assoluta della morte e la speranza assoluta della vita. Il sequestro delle nostre emozioni.

Noi non siamo preparati a questo: non siamo preparati al buio, all’insicurezza, al panico. Viene in mente una situazione da improvviso blackout in una grande città, per quella condizione di impreparazione e privazione in cui ci getta – tutti insieme, senza distinzione. Viene in mente la lunga emozione collettiva del sequestro Moro, i cinquantacinque giorni. Noi non siamo preparati a questo. Il panico ci priva della ragione, ci sottrae ragioni. Nel tumulto delle emozioni e nella sua indistinzione, perdono contorno le cause. E’ come una catastrofe naturale, una disgrazia. Siamo tutti col fiato sospeso. Paradossalmente, ricordo la storia del piccolo Alfredino Rampi caduto in quel pozzo artesiano nero nero e tutti che si prodigavano per salvarlo – e spero che qui invece il risultato sia tutto diverso. Paradossalmente, perché lì vigeva la sovrabbondanza, il flusso continuo, no-stop di immagini, in un certo senso anche “fondativi” di un collettivo rapporto con la televisione come vettore e punto di raccolta delle emozioni collettive. Siamo tutti col fiato sospeso. Tutti insieme, negli stessi momenti, sincronia incredibile di emozioni e sentimenti d’una nazione. Strappati alle nostre barriere di difesa ‘culturale’ e gettati nella atavica fossa delle emozioni.

E forse è proprio questo il carattere fondamentale del terrorismo, quello di volere fare a pezzi l’involucro della nostra “civilizzazione”, di indurre il blackout sui nostri “schermi”, di condurci all’essenza ultima delle cose, lì dove la nuda vita è niente perché è solo paura della morte e dove la loro “fede” è tutto. Eppure, forse è proprio da qui che dovremmo ripartire, dalla nostra paura della morte. Tutta la nostra “tecnica” non sembra proteggerci a sufficienza – quando non è essa stessa fonte primaria di paure, di sconcerto, di dubbi: la “supremazia” della nostra civiltà è diventata una boutade. Kenneth Bigley, il sequestrato inglese, grida: non voglio morire. I suoi familiari si appellano al premier perché intervenga, faccia qualcosa. Suonano parole giuste, di più, parole sacre. E suonano tiritera e blabla il “non possumus” di Blair. Cosa è “legittimo”, in una situazione di emergenza quale quella che ormai da anni ci condiziona? Moro chiedeva che uno scambio di prigionieri venisse fatto, che “uno venisse liberato”. Lo Stato non sarebbe crollato. Erano parole piene di senso, altro che sciocchezze sulla sua follia e la sindrome di Stoccolma – adesso in tanti lo dicono. Forse è proprio da qui che dovremmo ripartire, dalle nostre emozioni, dai nostri sentimenti, che non sono mai “puri”, ma filtrati dalla nostra storia, dai nostri conflitti, dalle lotte, dalle aspirazioni. Dalle situazioni. Io dico che dovremmo ascoltare attentamente le parole di chi è sequestrato, sono le nostre stesse ultime parole, le ultime parole della nostra lingua. E’ possibile immaginare il rovescio di questa sincronia di emozioni, terribile fomento di lacerazioni intestine, di “guerre civili dell’anima”. E’ possibile ascoltare questo “cuore globale” che è indotto oggi dal terrorismo [basti pensare all’11 settembre, a Madrid, alla scuola di Beslan] e trasformarlo in un potente sentimento che guida il nostro agire collettivo, politico, partendo da ciascuno, da ognuno di noi? Possiamo parlare la lingua del cuore?

Forse è la stessa lingua che usavano Simona e Simona per andare in Iraq, per restare in Iraq. Forse è la stessa lingua che stanno ancora con determinazione e coraggio usando nel buio del loro sequestro. Da sole, perché tutto il resto oggi è tiritera e blabla. Io proverei a ascoltare le loro parole: anche se non le vediamo, possiamo sentirle. Io dico che potremmo dire delle cose, che siano dettate dal cuore di ciascuno di noi in questo momento. Un presidente del Consiglio che chieda scusa al mondo delle sue sciocche parole sugli arabi, io lo apprezzerei. Un ministro della Difesa che dica “forte e chiaro, Roger” che non contiamo nulla, in questa Santa Alleanza Occidentale, che non possiamo decidere nulla, io lo apprezzerei. Nessuna polemica, per carità, dico davvero. E’ che tutto mi sembra così insignificante rispetto la paura della morte. Un ministro della Giustizia che liberi detenuti iraqeni, ovunque essi siano, io lo apprezzerei. Potremmo fare dei gesti anche “sul campo”, gesti unilaterali, a Nassiryia, per dire. Non so, io non conto nulla, non indosso quei panni.
Da sole, Simona e Simona – che non contano nulla anche loro, come chiunque si trovi “sotto un dominio pieno e incontrollato” e che indossavano altri panni – staranno parlando, loro che la conoscono, questa lingua del cuore. Vorrei tanto saperle dire anch’io le loro parole. I miei sentimenti e le mie emozioni sono tutti là, con loro.
Col fiato sospeso.

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