Fini e i mezzi

040920fini02

Gianfranco Fini, vicepresidente del consiglio, è un fascista furbo: tanto, che a definirlo “fascista”, ormai, si fa la figura del retrogrado. Infatti, il capo di Alleanza nazionale ha imparato a “épater le bourgeois”, a spiazzare l’uditorio, anzi l’"audience": come quando propose di dare il voto agli immigrati in regola. Tutto, come al solito, si svolge nel bicchiere delle tempeste, nel sistema politico, e dire una cosa o l’altra ha scarsa relazione con la società.

In questo caso, Fini ha però preso due piccioni con una sola dichiarazione: quella sul pacifismo “piratesco” o “imbelle”, contro il quale ha invitato i giovani di An a “mobilitarsi”. Da una parte, ha capito che, forse, la discrezione, il quasi-mutismo, e un certo vago senso di colpa, con il quale il governo si sta muovendo (ammesso che si muova, del che è lecito dubitare, dopo gli “inclusive tour” di Boniver e Frattini nei paesi arabi più tranquilli e dotati di grandi emittenti televisive e di grandi alberghi), non giova alla destra. Si è discusso molto della presunta “unità nazionale”, che in effetti non è mai stata davvero tale, perché le opposizioni uscirono dall’incontro a Palazzo Chigi premettendo che, sulla guerra in Iraq, mantenevano tutte le loro riserve. È seguito uno spiacevole, e un po’ sciacallesco, “dibattito” sulle “divisioni”, nella sinistra e nel movimento per la pace, a proposito dell’opportunità di mantenere la richiesta di ritiro delle truppe (proprio in nome della presunta “unità nazionale” utile a ottenere la salvezza delle due Simone), più l’appendice idiota della domanda se siano meglio gli occupanti statunitensi o i “tagliatori di teste” iracheni.

Il “dibattito” non ha prodotto alcun effetto, sul movimento, ed è servito solo a mettere in imbarazzo e a far litigare la porzione più pacifista del centrosinistra “allargato”. Nelle città, in giro per il paese, se n’è sì discusso con qualche perplessità e dispiacere, ma quel che il movimento per la pace doveva fare, l’ha fatto, accendendo tutte le sue connessioni sociali, culturali, generazionali, religiose.

Fini ha dunque capito che l’"unità nazionale" non serve a molto, e che la reazione diffusa, al sequestro di due pacifiste, non è stata concludere che, allora, non resta che la guerra, specialmente se truccata da “missione di pace”, come nel caso di Nassiryia, e secondo la tradizione, ben nota a Fini, delle guerre coloniali, in Libia o in Etiopia, giustificate come “civilizzatrici” (“siamo andati a fargli le strade, agli etiopi”: dell’uso dei gas mai una parola).

Al contrario, come gli scarsi osservatori intelligenti hanno notato (Barbara Spinelli sulla Stampa o Corrado Stajano sull’Unità), il sequestro delle due cooperanti pacifiste e dei loro compagni iracheni ha sia mobilitato come mai prima l’islam che detesta i terrorismi, sia ricreato quel nesso che ha mobilitato negli ultimi due anni milioni di persone: quello per cui la pace si ottiene con la pace, e che la guerra è solo la preparazione di altri orrori, degrado umano e civile, odio e “scontro di civiltà”. In poche parole, il “tono” del paese è dato dal movimento pacifista e dal suo messaggio–compresa la necessità urgente di imitare gli spagnoli, e ritirare le truppe–e la destra al governo ha dovuto, almeno in una certa misura, comportarsi con prudenza, almeno verbale, grazie alla pressione delle Ong, prima di tutto Un ponte per, e di questo clima nel paese.

E Fini, che non ha scrupoli, ha rovesciato il tavolo “unitario”, cercando di indicare un nemico al suo elettorato e di ridare un senso a quel che le truhttp://w2.ack-ack.it:81/admin/articoli/nuovo
Carta | adminppe italiane stanno facendo in Iraq. Lo ha fatto con la violenza verbale che si addice a un fascista, per quanto furbo, ciò che, ripensando alle svastiche che hanno imbrattato la tenda della pace davanti a casa Torretta, a Roma, potrebbe indurre a qualche preoccupazione, diciamo così, pratica.

Ma la morale è, ci pare, semplice: bisogna approfondire e allargare il movimento per la pace. Perché è la sola speranza di riportare a casa le due Simone, e di ridare Saad e Mahnaz ai loro coraggiosi familiari, e perché intensificare il finanziamento di associazioni come un Ponte per, cercare un contatto diretto con le organizzazioni civili irachene (come quelle che hanno manifestato qualche giorno fa a Baghdad), allargare la coscienza su cosa sono guerre e terrorismi, cercare i modi di intralciare la macchina militare (è in corso in Italia una riorganizzazione massiccia della presenza militare Usa), abolire i Cpt e organizzare l’accoglienza dei migranti, tutto questo è tutt’altro che “pilatesco”. Al contrario, significa schierarsi dalla sola parte possibile: la convivenza.

Certo, come dicono i nostri interlocutori (Bertinotti, Bolini, Caruso, Salinari) nella tavola rotonda molto ampia che pubblicheremo giovedì prossimo, è il nostro stesso armamentario culturale e politico a dover essere revisionato, dopo gli orrori di Beslan, il sequestro delle Simone e in generale la macelleria impazzita dell’Iraq. Ma lo si potrà fare tanto meglio se si agisce, si sperimenta, si osa fare quel che né l’Occidente né il Terrorismo contemplano, nei loro manuali per l’uso del mondo.

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