Non sappiamo quando si concluderà [speriamo con tutto il cuore nel migliore dei modi] il sequestro delle due Simone, di Sa’ad e Mahnaz, ma quel che sappiamo per certo è che questa vicenda sta smuovendo quel che la diplomazie, e la guerra, non erano riuscite a spostare. Mai si erano viste centinaia di persone, di tutte le fedi, cristiani sciiti sunniti, e di tutte le età, organizzare un corteo nel pieno centro di una città torturata dall’occupazione e da attentati sanguinosi come quello di martedì, per chiedere la liberazione di quattro persone, due delle quali, le nostre Simone, provenienti da una nazione che ha mandato i suoi soldati ad occupare il paese. Mai si erano visti tanti appelli da parte di organizzazioni e comunità arabe e musulmane, in Italia e in Medio Oriente, dal Fronte islamico di salvezza algerino agli Hezbollah libanesi, dai gruppi palestinesi fino ai migranti musulmani rinchiusi [sequestrati] nel centro di detenzione di Lamezia Terme, dalle moschee in Italia agli Ulema iracheni.
E mai si era vista, per venire al nostro cortile di casa, una tale concordia, tra le organizzazioni e reti del movimento per la pace: dalla Cgil ai Cobas, dalla Tavola della pace ai Disobbedienti, da Rifondazione alla rete Lilliput. Non si era mai nemmeno vista una tale mobilitazione di municipi e istituzioni locali, che non solo espongono grandi fotografie dei sequestrati, non solo convocheranno, come il movimento chiede, sedute straordinarie dei loro consigli, ma si apprestano a fare ora quel che, tutti insieme, avremmo dovuto promuovere con ben altra convinzione un anno e mezzo fa: il finanziamento “dal basso” di progetti di solidarietà, del lavoro delle Ong indipendenti in Iraq. Un lavoro che appunto, come dimostra la mobilitazione dei musulmani e degli iracheni, getta semi molto fertili, produce dialogo e aiuta la società civile irachena a proporsi come alternativa pacifica ai bombardamenti e alle autobomba, nonché a quelli che oggi resistono con le armi nelle città assediate e che vorrebbero invece partecipare alla vita politica di un Iraq realmente indipendente e sovrano.
Esageriamo? Si può rispondere che, visti i risultati dell’occupazione militare, vale la pena di tentare ogni altra strada. Ma a questa stessa conclusione è arrivata anche Barbara Spinelli, che sulla Stampa di domenica scorsa ha scritto: l’esempio di quei volontari italiani, che aiutano la gente e allo stesso tempo contestano apertamente il loro governo, è un ponte (appunto) tra “noi” e “loro”. Tanto prezioso, quel ponte, che aggredire, come i media fanno tutti i giorni, i pacifisti, accusandoli di contiguità con “il terrorismo”, significa non aver capito nulla della situazione.
Il movimento per la pace, cioè il Comitato Fermiamo la guerra e gli innumerevoli coordinamenti cittadini, si attrezzano a diffondere questo discorso, nei luoghi di lavoro, nelle scuole e nelle piazze, nei consigli comunali e nei confronti dei media e della politica istituzionale. E’ la precondizione necessaria non solo per ottenere che i quattro sequestrati vengano liberati incolumi al più presto, ma perché quel che essi rappresentano divenga il modello di comportamento, nei confronti della guerra, per la più ampia società civile, per le forze politiche e per le istituzioni.
Quelli che insistono sulle “divisioni”, sulla presunta rissa attorno al “ritiro delle truppe”, sull’inutilità di quel che le due Simone fanno, su menzogne a proposito del fatto che le truppe italiane sono laggiù “in missione di pace” e che torneranno a casa quando a chiederlo saranno “gli iracheni”, tutta questa gente, questi cattivi comunicatori e pessimi politici, sono sempre più marginali e inascoltati, e nocivi. Ne prendano atto.





