Pezzo dopo pezzo, incongruenza dopo incongruenza, c’è un’ipotesi che comincia a bussare alle porte delle redazioni dei principali giornali italiani, a proposito del sequestro di Simona Pari, Simona Torretta e dei loro colleghi iracheni.
Tutti hanno riferito le parole di al Kubaisy, rappresentante del consiglio degli Ulema sunniti iracheni. Le operatrici di Un ponte per avevano paura e si sentivano “sotto pressione”. Non chiarisce, Kubaisi, che tipo di pressioni e da parte di chi, ma rilancia un appello per la liberazione delle due italiane, di Mahnaz e Ra’ad e dei due giornalisti francesi. Il riferimento ai due giornalisti Chesnot e Malbrunot può essere letto come un doveroso “ricordatevi che ci sono anche loro”, ma anche come un’allusione: i due sequestri, per quanto molto diversi, sono collegati. Un collegamento che potrebbe arrivare fino all’omicidio di Enzo Baldoni.
Kubaisy ricorda anche l’episodio avvenuto il 2 settembre, quando un razzo è caduto nel cortile della casa-ufficio di Un ponte per, Intersos e Ics. Il fatto venne considerato una semplice casualità, ma le parole di Kubaisy inducono a rivedere questa ipotesi. Naturalmente, ciò che dice Kubaisy non è oro colato. Ma per scrupolo investigativo (giornalistico e di "intelligence") sarebbero da prendere seriamente in considerazione. Per quanto inquietante sembri lo scenario cui esse alludono.
In attesa di sapere, se mai lo sapremo, che tipo di “informazioni importanti” ha raccolto Frattini nella visita nel Golfo, e in attesa di una qualche rivendicazione minimamente attendibile, nessuna ipotesi andrebbe esclusa. Compresa quella che viene di solito bollata come “la solita storia del complotto della Cia”. Per quello che sappiamo, le analisi su uno scontro interno alle fazioni di al Qaeda (Zarqawi contro Zawahiri) o quelle sul ruolo di ex agenti del regime di Saddam, reggono quanto quelle di uno scontro interno alla galassia di interessi e forze, non meno composite e in alcuni casi altrettanto opache, che hanno scelto di appoggiare il “governo sovrano” di Allawi.
Aggiunge inquietudine la presenza nella zona verde di un “ambasciatore” statunitense del calibro di John Negroponte, veterano della “contrainsurgencia” in America centrale negli anni ottanta.
La domanda successiva a “chi?” è, naturalmente, “perché?”. Sono due interrogativi collegati ai quali abbiamo cercato di dare risposta nel numero di Carta che sarà in edicola da giovedì. Abbiamo provato a ricomporre gli elementi che siamo riusciti a raccogliere senza sposare a priori alcuna ipotesi. L’ovvio e l’apparentemente improbabile si confondono. E, paradossalmente, speriamo perfino di aver visto male.





