Non capisco Bertinotti

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Questa volta non ho capito. Ho letto e riletto l’intervista a Bertinotti sulla Repubblica, a proposito dell’incontro solenne tra governo ed opposizione convocato in nome della salvezza delle due nostre compagne sequestrate in Iraq, e non ho capito. Così, non voglio polemizzare, ma solo fare una domanda: in che modo smettere di chiedere il ritiro delle truppe italiane dall’Iraq, come dice il segretario di Rifondazione, potrebbe giovare alle due Simone? Questa pratica sospensione dell’articolo 11 della Costituzione evita “un pasticcio”, così dice Bertinotti. Di che “pasticcio” si tratta?

Poi, siccome il mio mestiere consiste, purtroppo, anche nel leggere i quotidiani, ecco che trovo sul Corriere della Sera una ampia intervista a Luciano Violante, dei Ds, il quale dice due cose: che chiedere il ritiro delle truppe equivarrebbe ad “affiancarsi ai terroristi”; secondo, che “noi non abbiamo mai chiesto il ritiro delle truppe”. Strano, mi pareva di ricordare che i Ds, e tutto il centrosinistra, avessero infine votato in parlamento per il ritiro delle truppe. Inoltre, i sequestratori di Simona e Simona, e dei due cooperanti iracheni, non hanno ancora chiesto niente. E se anche chiedessero il ritiro delle truppe, non cambierebbe nulla: gli italiani che non vogliono la guerra chiedono da sempre che i soldati vengano riportati a casa, a prescindere.

Anzi, si potrebbe sostenere che smettere di chiedere il ritiro perché lo chiedono i terroristi, significa, questo sì, fare o non fare una cosa in relazione a quel che fanno i sequestratori e tagliagole, esserne vittime.

Vogliono forse sostenere, Bertinotti e Violante, che le due Simone sono state sequestrate proprio perché troppa gente, in Italia, chiede la cessazione della guerra e del coinvolgimento del nostro paese? Allora, forse, farebbero bene a porsi le domande che in molti si pongono sull’identità dei sequestratori e sui loro scopi. Parlare di “terrorismo”, in modo generico, come anche Pietro Ingrao sta facendo, non aiuta molto a capire quel che accade in Iraq. Dove, certo, molti limiti, di senso, di umanità, sono stati superati. Ma dove le massime autorità religiose, le mamme e i bambini delle scuole in cui Simona Pari lavorava, associazioni e persino gruppi di sciiti che stanno combattendo contro le truppe di occupazione hanno chiesto la liberazione delle due italiane. Segnale che, magari, non tutti gli iracheni sono mostri sanguinari.

Segno, di più, che il messaggio limpido lanciato dai milioni che hanno manifestato per la pace in Italia, e dalle nostre due compagne a Baghdad e dai molti cooperanti italiani, da qualche parte è arrivato. Ed è stato compreso. Con quelle mamme, con quei religiosi, con le tante persone che hanno apprezzato questi italiani senza divisa e senza armi, bisognerebbe intensificare il dialogo. Ad esempio, facendo in modo che alle ong impegnate laggiù arrivino molti più finanziamenti per i loro progetti, e diversi comuni si stanno attrezzando a farlo spontaneamente, mentre il governo preferisce dilapidare montagne di denaro in una tragicomica avventura coloniale.

Ma, di sicuro, sospendere l’articolo 11 della Costituzione e abbracciare una “unità nazionale” che, dice Bertinotti, “si basa sulle differenze strategiche” (parrebbe un ossimoro), anche se poi viene presentata da tutti i media come quel che secondo Bertinotti non è (e Violante ci mette molto del suo), tutto questo sì, è un gran “pasticcio”.

Magari sono, siamo stupidi, e non riusciamo a capire a quale altro “pasticcio” Bertinotti si riferisca. Se ce lo spiega, è meglio.

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