Sì, detestiamo quegli uomini in tenuta paramilitare, perfettamente organizzati e con in mano un foglietto con i nomi delle persone da sequestrare, che hanno portato via le Simone e i loro due amici iracheni dalla sede di Un ponte per, a Baghdad. Sono dei violenti, dei sequestratori e dei terroristi, vorremmo con tutte le nostre forze che fosse loro impossibile esercitarsi nelle atrocità cui assistiamo ogni giorno, in Iraq. Detestiamo allo stesso modo chi ha offerto a quella gente l’ambiente adatto alla loro proliferazione, il loro habitat naturale, la guerra. Detestiamo l’ipocrisia e la furbizia di chi lascia intendere: visto?, credevate di poter addomesticare la bestia con le buone maniere e invece vi si è rivoltata contro. Detestiamo chi ci chiede se siamo “contro il terrorismo”, adesso.
Uniti, sì, dobbiamo essere uniti. L’opposizione, quella pacifista inclusa, ha accettato l’invito di Berlusconi. Qualunque cosa si possa fare per salvare la vita delle due Simone deve essere fatta. Ma una “unità nazionale” basata sulla menzogna non è tra le cose che servono: non per rivendicare astrattamente di aver avuto ragione fin dall’inizio, sul fatto che la guerra è l’alimento del caos sanguinario in cui l’Iraq è precipitato, ma proprio per non comunicare, agli iracheni di qualunque tipo, che oggi, dopo che le nostre compagne sono state rapite, tutti gli “occidentali”, tutti gli italiani, scelgono la via militare, dato che le “illusioni” pacifiste sono state frantumate dal sequestro di Baghdad.
Nessun giornale di mercoledì, a parte ovviamente il manifesto e Liberazione, ha pubblicato, o anche solo citato, l’appello del movimento per la pace, rivolto ai sequestratori, che si cerca di far trasmettere da Al Jazeera, e rivolto a tutti gli amanti della pace, ovunque. E che chiede, da subito, ogni forma possibile di mobilitazione, che le bandiere arcobaleno tornino in piazza, che si facciano appelli o, come qualche comune sta decidendo di fare, si incrementino i finanziamenti e gli appoggi ai progetti di solidarietà di Un ponte per. Perché questo sostanziale disprezzo per il movimento per la pace? Quale migliore indizio della falsità di certi appelli all’"unità"?
Per noi è molto chiaro di che si tratta: essere contro la guerra significa essere per la vita di chiunque, iracheno o statunitense. Per la vita di qualunque ostaggio. Per la vita delle due Simone e dei nostri compagni che lavorano con loro.E per ottenere la loro salvezza servono le vie della trattativa, del dialogo, del rispetto. Questo è quel che rispondiamo a chiunque cerchi di stabilire un ordine temporale o di priorità tra “guerra” e “terrorismo”. Perciò, come sempre, nonostante e oltre la politica, e la rappresentazione monca che i media offrono, da oggi, mercoledì 8 settembre, bisogna che i milioni che hanno manifestato per la pace, hanno esposto le bandiere ai balconi, hanno partecipato, in Italia o in Iraq, al tentativo di stabilire un filo di dialogo e di solidarietà con la società civile irachena, bisogna che quei milioni si facciano vedere e sentire. Abbiamo fiducia che questo accadrà.





