La moglie e i figli, il padre e i fratelli di Enzo Baldoni hanno scelto il silenzio. Non vogliono esibire il loro dolore davanti alle telecamere. Si sottraggono al gioco cinico della cosiddetta informazione. Ed è una scelta che dice molto anche su chi era la persona che i sequestratori del cosiddetto “Esercito dell’Islam” hanno assassinato. Non proprio un giornalista, perché non si considerava un osservatore neutrale, né tantomeno era di quei giornalisti che fingono di essere neutrali mentre sono “embedded”, arruolati, nell’esercito statunitense, come è capitato a certi inviati della Rai o di grandi giornali, che hanno ricoperto di vergogna il nostro mestiere. Nel luogo in cui era, Baldoni prendeva parte. Non per uno o l’altro degli eserciti o delle fazioni armate. Prendeva la sola parte che ogni essere umano dovrebbe prendere: quella di chi è sotto il fuoco incrociato.
Come il suo interprete, anch’egli assassinato, che aveva perso la moglie incinta e una gamba in uno dei mille episodi che i media registrano come normalità se riguardano non occidentali, una bomba su un’ambulanza. Perciò Baldoni si era adoperato per aiutare il convoglio della Croce rossa diretto a Falluja. Non si era limitato a farsi trasportare, era diventato autista e portabandiera nei passaggi più pericolosi, distributore di aiuti e di incoraggiamenti, con quella sua faccia che, dai filmati e dalle foto, sembra gentilmente ironica, consapevole di quanto relative siano le fedi, le missioni, le ideologie, le professioni. E infatti aveva fatto, come lui stesso racconta nel suo sito, cento mestieri, mosso semplicemente da curiosità, la virtù che, a poterne fare una classifica, prenderebbe di sicuro la medaglia d’oro. L’umanità, cioè volere la pace, indignarsi nei confronti dell’ingiustizia, cercare prima di tutto una relazione con gli altri, saper ascoltare, richiede prima di tutto curiosità.
E’ certo che si potrebbe ricostruire la breve storia del suo rapimento e del suo assassinio come una vicenda di cialtronerie e cinismi, incapacità e indifferenze. Il direttore del giornale al quale collaborava, Enrico Deaglio del Diario, ha scritto che la Croce rossa lo aveva abbandonato, nel percorso da Falluja a Baghdad. Il “commissario straordinario” della Croce rossa, quello Scelli che compare in tv ad ogni momento, ha assicurato di avere avviato “contatti”. Lo stesso ha dichiarato il ministro degli esteri, Frattini. Ma sappiamo che sono balle, dette più per apparire che per una effettiva ansia di trovare la via di uscita. Il clima è quello che è. Da Alleanza nazionale ai Ds, tutti hanno annunciato subito la loro “fermezza” di fronte ai “ricatti”. Violante, Gasparri e Frattini, se fossero coinvolti in una rapina al supermercato, imporrebbero alla cassiera di immolarsi per difendere gli spiccioli dell’incasso di giornata. Poi uscirebbero nel parcheggio e direbbero alle telecamere che la cassiera si è comportata come una vera italiana.
Sono mostri che, grazie al loro mestiere, hanno perduto almeno parte della loro umanità (curiosità, desiderio di pace e di giustizia, capacità di vedere ed ascoltare gli altri). Sono parte del meccanismo che ha stritolato Baldoni, l’uomo che prendeva parte e non si schierava. Che oggi viene grottescamente descritto, dal Corriere della Sera, come un emulo di Fabrizio Quattrocchi, quello che morì dicendo “ecco come muore un italiano”. O almeno così si è raccontato, perché la propaganda è essenziale, alla guerra, visto che di per sé è solamente orrore, come diceva il colonnello Kurtz di “Apocalypse now” e come sanno bene i mille soldati statunitensi uccisi nell’ultimo anno e i cento fedeli raccolti in preghiera nella moschea di Kufa massacrati l’altroieri da un colpo di mortaio sparato dai nordamericani, o dal nuovo esercito iracheno, o non importa da chi, ormai.
Sono momenti, questi, in cui prende lo sconforto. Enzo Baldoni era uno come noi. Uno dei milioni che in questo paese provano disgusto per la retorica di guerra, per le menzogne che l’accompagnano (noi siamo lì per regalare quaderni ai bambini iracheni, dicono le tv), per il clima feroce che si è creato nella nostra società (quello che ci consente di osservare gli annegamenti di migranti, i centri di detenzione o le idiozie del ministro degli interni Pisanu, dai “due milioni” di “clandestini” sulle coste libiche ad al Qaeda che si annida sui barconi). Siamo disgustati e cerchiamo in genere di prenderla con ironia, per non sentirci sopraffatti, per riuscire a fare un passo di lato e non essere investiti da una ufficialità demente e da notizie insopportabili, come quelle che, tra una medaglia d’oro e una partita di calcio, sgocciolano velenose da un paese virtuale chiamato Iraq.
Per Enzo non era un paese virtuale, come per alcuni altri coraggiosi che continuano a cercare di stare con le vittime, ossia la gran parte degli esseri umani che vivono laggiù. Ci sentiamo feriti, oggi, come membri di una famiglia molto più numerosa di quella fatta di moglie e figli, padre e fratelli. Molti anni fa, quando chiesi a uno dei fratelli di Enzo, che allora era l’inventore delle campagne pubblicitarie del manifesto, un “titolo” per un incontro nazionale sul tema appena emerso delle migrazioni, una “convenzione” che organizzammo insieme a Tom Benetollo, lui propose questa semplice scritta: “Razza: umana”. E’ questa la famiglia che oggi sta piangendo l’assassinio di Enzo Baldoni. Perciò speriamo che, se e quando vi sarà una cerimonia o un funerale, là vi siano molte, moltissime persone con il solo simbolo che non richiede di violare la libertà altrui o di attentare alla sua vita o ai suoi beni: i colori della pace.





