Ancora una volta, l’afa di luglio si porta dietro cattive politiche sul welfare e sul lavoro. Il micidiale uno-due [il protocollo d’intesa sulle pensioni e il “pacchetto welfare” dei giorni scorsi ha lasciato barcollanti sindacati e “sinistre radicali”, e ha rafforzato i convincimenti di quelli che guardavano alla nascita del Partito democratico con sospetto. Dal “coraggioso riformista” Francesco Rutelli al leader in pectore Walter Veltroni, il Pd sposta l’asse del baricentro del governo Prodi verso un strana forma di tecnicismo. L’illusione dell’arte del governo come compensazione degli interessi lascia il campo alla mera gestione dell’esistente.
Sulle pensioni si conferma, appena attenuata, la linea della riforma Maroni, e [ma questo sorprende di meno] si decreta che le nuove generazioni precarie non avranno una pensione: avranno a che fare con fondi integrativi e con la giungla del mercato finanziario. Quanto alle politiche del lavoro, la legge 30 viene appena ritoccata. Scompare solo il job on call [una figura contrattuale poco utilizzata] e si riducono le imposte per il lavoro straordinario e i contratti di inserimento. In più, come se non bastasse, è prevista anche del costo del lavoro per la contrattazione “di secondo livello” [aziendale e territoriale], per sostenere la competitività [oh yes]. Luca Cordero di Montezemolo incassa e ringrazia.
Dopo le prime ore, in cui il direttivo Cgil ha votato a sofferta maggioranza il “sì responsabile” al pacchetto del ministro Damiano, Epifani ha scritto una lettera a Romano Prodi: il segretario Cgil fa sapere al presidente del consiglio di essere pronto a bocciare la parte del protocollo sul lavoro e accusa senza mezzi termini l’esecutivo di aver cambiato, a sorpresa, il testo definitivo pochi minuti dell’incontro con il sindacato. Persino la “concertazione”, formuletta magica di Prodi, è stata tradita. Il sindacato, che pure aveva tentato di far buon viso a cattivo gioco è messo in un angolo. “Il governo garantisce un forte impegno per giungere in tempi brevi e con continuità a dare attuazione a queste scelte, decisive per il rilancio del paese ed il suo futuro”, ha ammonito il ministro per i rapporti con il parlamento Vannino Chiti. “Il parlamento è sovrano, ma il pacchetto sul welfare messo a punto dal governo non è emendabile”, ha rincarato la dose il ministro dello sviluppo economico Pierluigi Bersani.
Le sinistre dell’Unione sono in subbuglio: i provvedimenti in questione rappresentano un “punto di rottura” tra Sd, Verdi, Pdci, Prc e governo, e si preannunciano consultazioni con gli elettori del centrosinistra e mobilitazioni di piazza. Del “superamento” della legge 30 di cui si parlava nel programma di governo neanche l’ombra, per non parlare della costruzione di nuovi diritti per i nuovi lavori. Dell’aumento dell’età pensionabile in cambio di ammortizzatori sociali e tutele per i giovani precari, il fantomatico [e ipocrita] “Patto tra generazioni” evocato da Veltroni al Lingotto di Torino, neanche l’ombra. Qui si tratta di affondare ogni velleità redistributiva e fare un po’ di maquillage alle leggi berlusconiane. È facile immaginare che ci si prepara all’autunno che verrà, si prende la rincorsa per quando arriveranno al dunque anche le partite sulla Finanziaria, sul contratto nazionale dei metalmeccanici e, si spera, sui cinque milioni di lavoratori precari che dal 23 luglio di 13 anni fa aspettano un’inversione di tendenza. E quando, il traballante governo in cerca di maggioranza dovrà scegliere per davvero da che parte stare.





