L’altro giorno ho parlato al telefono con un call center. Dopo le formalità d’uso, “sono Anna, cosa posso fare per lei?…”, ho avuto l’impulso di chiedere alla ragazza dove si trovasse, e lei mi ha risposto: “Dall’accento, lei cosa direbbe?”, e io: “Sicilia”. Anna era palermitana, in effetti. Ma dopo questa violazione del galateo tra cliente e venditrice, è seguito un silenzio imbarazzato. Avrei voluto chiederle quanto guadagna, per quante ore, che futuro s’immagina, e se si sente ricattata, in quanto meridionale, tanto da dover fare quel lavoro. Avrei voluto anche dirle che ho firmato, insieme ad altri, un appello per una manifestazione nazionale con la quale tra le altre cose si vorrebbe cambiare la legge che consente di impiegare moltissime Anna a quella maniera. Ma mi pareva goffo e paternalista, così le ho semplicemente augurato buona giornata. A Palermo l’altro giorno non pioveva e ho sperato che Anna, dopo aver chiesto “cosa posso fare per lei” alcune centinaia o migliaia di volte, se ne andasse in spiaggia.
In spiaggia siamo stati in molti, questo mese. A leggere i giornali e a chiederci perché i grandi media e la grande politica (gli aggettivi alludono solo alla quantità) siano dei Re Mida all’incontrario: tutto quel che toccano si trasforma in letame. E’ quel che rischia di capitare alla manifestazione di ottobre. Quando Luigi Pintor scrisse il breve e celebre testo che intitolammo con le prime parole, “Si potrebbe”, e che fu all’origine di una manifestazione sotto il diluvio, il 25 aprile del 1994, tutto parve semplice: fascisti e leghisti, sotto il comando di Berlusconi, avevano occupato il governo, e si trattava di radunare a Milano la parte di paese che non era d’accordo. Oggi al governo ci sono i nipoti dei partiti che allora erano stati dispersi dalla vittoria della destra, e questo rende tutto molto più difficile. Cosa c’è di più semplice che chiedere il rispetto del programma con cui l’Unione si è presentata agli elettori?
Eppure sui grandi media l’appello e la manifestazione si sono impantanati in una confusa sceneggiata, in cui scoppiettano ai due estremi l’autolesionismo involontario di Francesco Caruso (che chissà perché è convinto da anni di poter raggirare tutto da solo l’intero sistema dei media) e quello volontario di Gavino Angius (che dai media si fa molto volentieri usare e le cui parole spingono a chiedersi perché mai non sia rimasto nel Partito democratico nascente). Insomma, quel che dovrebbe essere un moto diffuso, oltre i recinti organizzati della sinistra e tale da spingere a mettersi in viaggio, il 20 ottobre, le persone e le comunità, i metalmeccanici e i vicentini contro la base, i lavoratori precari e i pensionati, i valsusini No Tav e quelli che affollano i Gay Pride, viene messo in scena come un mischia tattica dentro la sinistra radicale, e tra la sinistra radicale e il resto dell’Unione.
E la sostanza tende a scomparire. Illusoriamente, perché il Corriere della Sera, la cui funzione nella politica di oggi andrebbe analizzata da un Max Weber o da un Antonio Gramsci, martella ogni giorno contro l’"ideologia" che impedisce di capire quanto bene faccia la legge 30 ai lavoratori, alla società e all’economia. Viviamo in un sistema totalitario, per lo meno quanto a opzioni di politica economica e alla cultura politica che ne consegue, anche se poi andiamo a votare. Infatti il programma dell’Unione prometteva quel che il governo dell’Unione non riconosce più.
Al 20 ottobre mancano due mesi. Possiamo ancora cercare di far sapere ad Anna, la ragazza del call center di Palermo, che la cosa la riguarda.





