Dialogo muto a Tiburtina

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“Hotel Africa addio” : così scriveva la scorsa settimana il sindaco di Roma, Walter Veltroni, a proposito del trasferimento dei quasi 500 richiedenti asilo che vivevano da tre anni negli ex magazzini a ridosso della stazione Tiburtina. Un tam-tam politico e mediatico, in poche ore, aveva (quasi) monopolizzato gli organi d’l’informazione, disegnando un quadro idilliaco fatto di dialogo, concertazione, rispetto dei diritti e, addirittura, “valorizzazione delle forme di autorganizzazione degli immigrati”. Ma forse il sindaco non è stato informato correttamente sulla vicenda.
Questa mattina, il coordinamento di associazioni e rifugiati dell’occupazione ha promosso una conferenza stampa per fare un po’ di luce su una situazione tutt’altro che risolta. E il quadro è cambiato radicalmente.

A tutt’oggi, più di duecento persone (in maggioranza sudanesi) continuano a occupare il più piccolo dei due edifici di Tiburtina, ammassati in condizioni spaventose. Le forme d’organizzazione interna dei dieci “nuovi” centri d’accoglienza (in realtà, nella maggioranza, vecchie strutture comunali provvisoriamente adibite a centro d’assistenza alloggiativa) rispecchiano fedelmente il desolante cliché dei centri tradizionali: rigidità degli orari di permanenza, assenza di cucine collettive (un costoso servizio di catering provvede, malamente, al rifornimento dei pasti), limitazione dell’autonomia personale. Infine, un centinaio di eritrei ed etiopi, che facevano parte del censimento del comune, in questo periodo fuori Roma per i lavori stagionali, si sono ritrovati “sostituiti” da altri richiedenti asilo.
Nel prossimo numero di Carta, in edicola da giovedì prossimo, un’inchiesta approfondita snocciolerà dati, impressioni e commenti di tutti i protagonisti. Per ora, davanti a questo scenario, sorgono alcune domande: che senso ha un tavolo di confronto tra amministratori, proprietà e associazioni (istituito da mesi) se nel momento del trasferimento – il 17 di agosto (sic!) – tutto viene deciso dal comune di Roma, senza alcuna consultazione con gli immigrati e i volontari?

Dove sono finiti i “valori del dialogo e della partecipazione” quando la maggioranza dei richiedenti asilo denuncia la disorganizzazione dei centri d’accoglienza e l’assenza di ogni forma di autogestione, come solennemente promesso dal sindaco e dall’assessorato alle politiche sociali?
Chi sono e come funzionano le associazioni e le cooperative che hanno preso in gestione le strutture di accoglienza?
Saremmo lieti se il primo cittadino della città rispondesse a queste semplici domande. Sappiamo però che, ultimamente, il sindaco e l’assessore competente hanno dimostrato un certo nervosismo nei confronti di quella parte di stampa non del tutto entusiasta del comportamento dell’amministrazione (anche il giornale vicino al partito di Veltroni, l’Unità, ha subito una tirata d’orecchio…). Ma le parole sono pietre e un’ultima domanda si impone: come si possono “valorizzare le forme di autogestione” di Tiburtina, se anche stanotte 300 rifugiati dormiranno in un luogo abbandonato dalla civiltà?

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