Questa settimana ci siamo presi uno di quei lussi, diciamo così, che un giornale indipendente come Carta si può permettere. Il lusso è quello di non archiviare la scomparsa di Tom Benetollo, presidente dell’Arci. Al contrario, gli dedichiamo la copertina, e lo facciamo anche grazie ai suoi compagni, e nostri amici, dell’Arci siciliana, che ci hanno concesso di pubblicare l’articolo, inedito, che Tom gli aveva inviato subito dopo il voto europeo.
I media hanno scritto talmente poco, e male, su Tom, che abbiamo voluto innanzitutto andare controcorrente. Una tale figura meritava ben altro trattamento, come ha scritto Nando Dalla Chiesa in una lettera a Paolo Mieli, curatore delle lettere del Corriere della Sera (che non l’ha pubblicata).
Ma c’è una ragione molto più importante, per pubblicare quel testo, ed è il contenuto. Che è il solo di Tom a commento delle elezioni, e nel quale, come vedrete, si leggono in filigrana, come si dice, i giudizi che il presidente di un’Arci sempre più vicina alla società e sempre più lontana dalla politica, andava maturando da tempo. Prima di tutto, la necessità di salvaguardare l’”autonomia del sociale”, e quella dell’Arci (come i suoi compagni fanno sapere di avere ferma intenzione di fare) dalle “spire” della politica. Poi, la constatazione di come la democrazia si vada ricostruendo “nei territori” e nelle comunità. Infine, la necessità, da parte delle reti sociali, di dotarsi di una “cultura di governo” intrecciata alla lotta per la pace.
Non diremo che si tratta del “testamento politico” o roba del genere. E’ solo un articolo, uno dei molti che Tom scriveva e che, insieme alle parole che regalava e raccoglieva in giro per tutto il paese, erano il suo lavoro: quello di un produttore di idee e suggeritore di comportamenti, e forse soprattutto di osservatore acuto dei dolori e delle passioni della società, delle persone e delle comunità. Ma è un articolo importante, secondo noi, perché segnalava un prima e un dopo, nella vicenda di Benetollo.
Vorremmo che così fosse letto: un estremo tentativo, compiuto inconsapevolmente a poche ore dal momento in cui ci ha lasciati, di far sapere come e cosa sarebbe potuto cambiare, in noi e nella società. Fosse ancora vivo, Tom, gli telefoneremmo, come capitava, per dirgli “mica male, potresti scriverla anche per noi, una cosa così”. Dedicargli la copertina è un surrogato, dolente, della telefonata che non ci sarà più.





