Tom

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Non dirò che la scomparsa di Tom Benetollo spalanca un vuoto incolmabile. Non lo dirò perché Tom si è consumato, letteralmente, per creare qualcosa che resta. Vi sono due modi possibili, per chi fa un mestiere che ha a che fare con la politica o con i movimenti e la società, come ad esempio il presidente dell’Arci, per proporre idee e creare legami. Il primo è la televisione, e sappiamo che è il modo peggiore. Il secondo è scegliere, come Tom, di girare ovunque, partecipare a incontri, dibattiti e ogni forma di comunicazione diretta. È una fatica tremenda, specie se lo fai da anni, se hai una compagna e un bambino di nemmeno tre anni con cui vorresti stare, e se hai un fisico provato.

Ha cominciato a morire sabato scorso, alle ore 11 e 15, a un incontro del manifesto, quando si è portato una mano al petto mormorando «ho male…». Stava dicendo cose importanti sul significato delle ultime elezioni. Che la «riforma della politica» negli anni novanta era fallita, e che oggi una «rivoluzione della politica» si sta facendo nelle città e nei territori, e che è così che si può «democratizzare la democrazia». Tom diceva anche che questo esito non viene dal nulla: «Non è cominciato tutto quando abbiamo preso le bastonate a Genova», ha detto con il suo solito modo sobrio e trasandato, che serviva a togliere enfasi. Alludeva al pacifismo, che è stata la colonna vertebrale della sua vita: fin dal movimento contro i missili, nei primi anni ottanta, e durante la guerra jugoslava, quando un’intera generazione sperimentò l’alternativa tra la guerra e la pace: da intendersi, come ha scritto nel suo ultimo articolo, sulla prima pagina di Liberazione, come un progetto politico. Meglio: come un progetto di civiltà.

Perciò il suo pacifismo non è stato – solo – una aspirazione. In due decenni, Tom ha cercato di costruire, pezzo per pezzo, un modo d’essere della società che implicasse il rifiuto della guerra. Quando esplose, in Italia, la questione dell’immigrazione, ad esempio, la primissima manifestazione per i diritti dei migranti, nel 1989, duecentomila persone a Roma, fu organizzata dall’Arci, che riuscì a coinvolgere la Cgil, e dal manifesto: lì si trova la radice di tutto quel che si fa contro il razzismo. Le missioni in Palestina, ancora, nascono da un’idea pratica di quel che noi, da qui, possiamo fare: aiuto alla società palestinese, dialogo con tutti, interposizione pacifica.

E quando si aprì il primo Forum sociale mondiale, nel 2001, e i cento italiani che erano lì decisero di incontrarsi, l’Arci c’era. Nacque lì, il Genoa social forum, e Tom e i suoi spalancarono una finestra alla sinistra politica e al sindacato cui, secondo tradizione, erano legati, resistendo a pressioni e scomuniche. Quando, nel novembre del 2002, un anno dopo Genova, la Cgil si incolonnò con le sue insegne nella manifestazione conclusiva del Forum sociale europeo, Tom camminava a dieci centimetri dal suolo, per la gioia.

Una volta, tra le tante occasioni in cui invitò me o altri di Carta a incontri e dibattiti, mi chiese se volevo andare a Genova, a un convegno organizzativo dell’Arci, perché, mi spiegò, volevano parlare dell’associazione anche con «esterni». Mi mostrava le statistiche: «Vedi? L’Arci è la sola organizzazione storica della sinistra che non ha perso iscritti, anzi li ha aumentati». Era il sollievo di constatare che il deserto degli anni ottanta e novanta, il prevalere della videopolitica, avevano trovato, anche nell’Arci, un rimedio. Lui andava orgoglioso di un certo modo d’essere del vecchio Pci: quello delle sezioni ovunque, del rapporto costante con la società. Ed era riuscito a ricreare in altro modo quel rapporto, dopo la morte del partito, in quel che chiamiamo movimento altermondialista.

Tom non è stato, ma è, per quel che ha creato, molto importante. Purtroppo, apparteneva alla generazione che non sa risparmiarsi, che vive la vita consumandola come fosse eterna, ed è il miglior lascito del sessantotto. E nello stesso tempo è il peggiore, se siamo qui a chiederci perché lo abbiamo perso così presto e così rapidamente, versando lacrime per noi stessi e per questo futuro che non avremo.

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