Ho trovato delizioso, che il ministro della sanità Girolamo Sirchia proponesse, per affrontare il problema della calura e della sofferenza degli anziani, di chiuderli dentro i supermercati. Sono quei colpi di genio che descrivono tutta una civiltà [diciamo così]. I centri commerciali sono i soli luoghi di socialità possibili. E pensionati e altri vecchi sono oggetti, pacchi, da spostare qui e là nel labirinto della città [commerciale] quale essa è. Che alla gente, di qualunque età, piaccia stare nelle strade o nelle piazze, o a casa sua, o in osteria, e che le città dovrebbero adeguarsi a questo desiderio, magari con parchi pubblici più grandi, meno automobili, luoghi sociali più confortevoli, ecc., al ministro non viene nemmeno in mente. Pensa che il problema si possa risolvere come si fa con i senza fissa dimora d’inverno: aprendo le stazioni della metropolitana.
Ho letto che nel programma con cui Ornella De Zordo si è contrapposta al sindaco di Firenze [ottenendo il 12,3 per cento], c’è scritto che la città dovrebbe essere “a misura di bambino”. Ora, immaginate una città che fosse realmente a misura di bambino. O anche a misura delle persone al di sopra, diciamo, dei 65 anni. Riuscite a vederla? Le zone pedonali, per il gioco o per la conversazione, oggi soffocate dalle “barriere architettoniche” alzate ovunque e in modo aggressivo e totalitario dalle automobili, principalmente, ma anche dalla servitù dell’urbanistica alla militarizzazione del consumo [i centri commerciali appunto], dovrebbero dilagare. Ancora, le cautele e le facilità – l’ombra, gli alberi, gli scalini e i sottopassaggi… – dovrebbero moltiplicarsi. Di colpo, avremmo aria più pulita, più spazio per i piedi e meno per i pneumatici, diffusione di luoghi d’incontro, botteghe e non supermercati. Mia madre, che sta compiendo 88 anni, ha capito d’istinto, come tutti i suoi coetanei, e fa la spesa ogni giorno nell’unico negozio di alimentari sopravvissuto ai supermarket nel paese lombardo in cui vive: lo faccio, dice, perché non chiuda.
Però capita non solo che la sinistra, nella sua ostinata tradizione, consideri cittadini attivi soprattutto i maschi tra i venti e i cinquant’anni, in grado cioè di camminare per chilometri in un corteo, ma, più in profondo, che l’aver legato l’identità del movimento operaio e socialista e comunista così esclusivamente al lavoro, questo rende “inutile” la porzione di vita, ora lunga, che si vive dopo il lavoro, nell’età della pensione.
I liberisti hanno una soluzione radicale, per il problema: abolire la pensione generalizzata e assicurare la sopravvivenza solo a quelli che possono investire nei fondi pensione [poi dipende dall’andamento della borsa, ma qui è il bello del capitalismo, il rischio]. La sinistra ancora non ha deciso. Difende certo le pensioni, ma ancora non riesce ad immaginare una società in cui non solo chi lavora, ma qualunque essere umano di qualunque età mette del suo per il benessere di tutti.
E i vecchi [parola che, come racconta Raul Zibechi nell’Almanacco di Carta ora in edicola, in America latina ha un’intonazione affettuosa] hanno moltissimo, da dare. Memoria ed esperienza, capacità di fare e di insegnare, una vita in cui il dare gratuito agli altri è più naturale, perché svincolato dagli obblighi del lavoro e della competizione. L’”altro mondo possibile” di cui parliamo, per essere davvero tale, dovrebbe essere inventato dai bambini e dagli anziani. E in una certa misura questo sta già accadendo. Nella mitica Scanzano Jonico, attorno ai falò dei blocchi contro le scorie nucleari, c’erano ragazzi e adulti, e molti vecchi, che hanno avuto il compito decisivo di dare senso alla lotta, raccontando le lotte di altri tempi.
Per queste ragioni abbiamo fatto l’Almanacco sul “nonno-global”, anche se adesso tutti parlano di Prodi, del “triciclo” e di altri decisivi argomenti politici. Ci siamo anche divertiti, a farlo.





