Qualche lettore ci rimprovera – affettuosamente – un certo eccessivo ottimismo, nel guardare al voto europeo e amministrativo di sabato e domenica scorsi. Si obietta che, tutto sommato, il blocco della destra non ha gran che perso voti, essendo le perdite di Forza Italia quasi compensate dai guadagni dei suoi alleati. Si fa notare che non tutte le esperienze di liste “partecipate” hanno avuto successo, e talvolta sono rimaste nella marginalità più assoluta. Infine si indica, nella frammentazione della cosiddetta “sinistra radicale”, che a qualcuno piace sommare fino ad arrivare a un 13 per cento circa, un evidente ostacolo a ulteriori passi avanti.
Quel che penso (e invito chi vuole a discuterne) è che queste osservazioni sono tutte esatte, e che, ciò nonostante, queste sono le elezioni migliori che ci si potesse augurare. E cercherò di spiegare perché.
Prima di tutto, bisogna tener conto che perfino nel ’96, quando l’Ulivo vinse le elezioni anche grazie alla “desistenza” di Rifondazione, prese più parlamentari ma meno voti della destra. Invito a rileggere quel che ad esempio scrisse Marco Revelli all’indomani della stravittoria di Berlusconi nel 2001: come la destra interpretasse, a suo modo, un corpo sociale autentico, e come invece il centrosinistra si fosse rifugiato in una astratta idea della “modernizzazione” e della “normalità” del paese, da indurre o governare attraverso la tecnica politica (come dice Massimo D’Alema, il più coerente interprete di questo atteggiamento). Berlusconi aveva vinto perché, a suo modo, “rappresentava” pezzi di società che avevano creduto alla sua parola d’ordine: “Arricchitevi!”.
Le europee hanno, se non rovesciato, almeno contraddetto questa deriva. All’interno stesso del centrodestra: il crollo di Forza Italia significa che il perno, il vero collante che teneva insieme quell’alleanza, ossia lo stesso Berlusconi, è per lo meno indebolito. La sua parola d’ordine non funziona più. I voti all’Udc e perfino al partito di Fini sono una invocazione: dateci più protezione sociale. In altre parole, è entrata in crisi la fascinazione del paese-azienda, governato da un super-manager, accreditato a farlo proprio perché ricchissimo (altro che conflitto d’interessi).
Dal lato del centrosinistra, invece, è accaduto che, almeno tendenzialmente, quella idea super-politica di un liberismo da addomesticare (un po’) grazie a “regole” fissate dai ceti politici, ha a sua volta trovato il suo limite. Che non consiste solo nel risultato modesto di quel che dovrebbe diventare il super-partito “riformista”, la lista Prodi, ma soprattutto, secondo noi, in quel che è accaduto intorno a quel 31 per cento, o sotto.
I risultati di Comunisti Italiani, Verdi e in parte anche della lista Di Pietro-Occhetto, sinistre e pacifisti all’interno dell’Ulivo, sono relativamente i migliori da molti anni. Ma molto interessante è il voto a Rifondazione. Fausto Bertinotti, con il dibattito sulla nonviolenza e la creazione della Sinistra europea, il cui atto di nascita è il ripudio dello stalinismo, ha avviato innovazioni culturali, a fronte della cultura comunista novecentesca, che potevano apparire azzardate. Che avrebbero potuto far perdere al partito il suo insediamento tradizionale, alla ricerca di un ricambio dai contorni molto vaghi. Non è andata così. Il doppio successo, nel centro Italia, di candidati come Luisa Morgantini e Nunzio D’Erme, molto diversi tra loro ma che hanno avuto un numero quasi uguale di preferenze, significa che persone che hanno simpatizzato per i movimenti sociali (la casa a Roma) e pacifisti hanno trovato naturale votare per Rifondazione, scegliendo poi accuratamente il proprio candidato. A sua volta, l’ottimo risultato nel sud, e le 30 mila preferenze di Nichi Vendola, stanno a dimostrare che l’ondata di nuovo meridionalismo, acceso da Scanzano e proseguito in molti altri luoghi, come Terlizzi, ha premiato il partito che ha saputo rinnovare il suo linguaggio anche su temi come lo sviluppo.
In un certo senso, è come se una quota di elettori anti-berlusconiani, scegliendo liste e candidati al di fuori del “listone”, abbiano saputo fare la differenza: ora, il dibattito su come fare un programma comune utile a buttar fuori Berlusconi da Palazzo Chigi si pone su basi molto diverse.
Ma questo fenomeno, diciamo così, generale, è a sua volta l’esito del fatto che a noi sta più a cuore. Ciò che all’indomani di Genova si è presentato come la proliferazione di forum sociali locali, poi in parte defunti ma sostituiti da reti sociali di ogni genere che si mettevano al lavoro per salvare gli acquedotti o impedire una “grande opera”, per abolire un centro di detenzione per migranti o per creare forme di comunicazione indipendenti, o per le cento altre cose che il “movimento dei movimenti” fa, tutto questo è rapidamente diventato – a nostro modo di vedere – una aspirazione, anzi un tentativo di autogoverno locale, di controllo sociale sui beni comuni, di sperimentazione di nuove forme di democrazia. In una parola: nuovo municipio.
Questa corrente di nuova cittadinanza è certo poco visibile, perché incompresa dalla politica e dalla stampa, nonché molto dispersa. Inoltre si presenta, sulla scena cittadina, in modi molto diversi, spesso deboli, o che assomigliano a cose del passato, e dunque ottengono risultati non brillanti alle elezioni. Ma, per comprendere la portata di questa novità, basta fare un parallelo tra due città grandi e molto vicine, Bologna e Firenze. Sergio Cofferati, che certo attira voti di per sé, aveva il problema di fare il pieno, per così dire, dei suoi voti, che di sicuro, come è accaduto, erano a Bologna largamente sufficienti ad assicurargli l’elezione. Così si spiegano le sue “aperture” non verso il “centro” (ossessione di chi pensa come D’Alema), ma verso i movimenti, sulle questioni urbanistiche, del bilancio partecipativo e della partecipazione in generale, ecc. Perciò, l’astensionismo di sinistra che aveva fatto vincere Guazzaloca è praticamente scomparso e Bologna è la città dove si è votato di più.
A Firenze, dove forse il potere diessino è più esteso e organizzato che a Bologna, è accaduto l’opposto. Il sindaco Domenici si è ostinatamente, per anni, rifiutato di interloquire con il molto che la società civile ha prodotto, dal Laboratorio per la democrazia al Forum sociale europeo, e così via. Per questo, la candidata che gli si è contrapposta, Ornella De Zordo, ha ottenuto oltre il 12 per cento, mentre Domenici è sceso sotto il 50, costringendo se stesso al ballottaggio. Dettaglio importante: le liste che appoggiavano De Zordo hanno avuto il 2 per cento in meno della loro candidata, le liste che appoggiavano Domenici il 2 per cento in più: vuol dire che il 2 per cento dei fiorentini ha votato Ds, mettiamo, e De Zordo come candidata a sindaco. Segno che la proposta di “un’altra città”, in cui non si costruiscono inceneritori a ridosso dell’abitato e non si privatizzano gli acquedotti in nome dell’efficienza, ha fatto breccia in una parte “importante”, come ha riconosciuto lo stesso Domenici, della città.
Due controprove di questo ragionamento. Ad Arezzo, la candidata di centrosinistra, Rifondazione e movimenti, portatrice di un programma che ad esempio prevede la ri-pubblicizzazione dell’acquedotto, ha costretto al pareggio il candidato del centrodestra, sindaco uscente e capofila di interessi molto consistenti (e tutti dovremo fare il tifo perché la vicenda si concluda bene). In provincia di Ascoli, Massimo Rossi, ex sindaco di Grottammare, città-pilota in Italia della partecipazione, nonché uno tra i fondatori della Rete del Nuovo Municipio, è stato eletto al primo turno con una percentuale vicina al 60 per cento. Era l’unico candidato a presidente di provincia di Rifondazione, osteggiato da molti del centrosinistra locale. Eppure, ha prevalso in tutte le sezioni di Ascoli, città che ha invece eletto un sindaco di centrodestra.
Bene, noi tendiamo ad essere eccessivamente ottimisti. Ma lo siamo, per la precisione, non su improbabili miracoli nella politica nazionale, per quanto appunto il voto europeo dica, come quello spagnolo e quello francese di due mesi fa, che un segno lo si può imprimere anche lì. Lo siamo sul fatto che il “movimento” non consiste solo, né soprattutto, nelle grandi manifestazioni o nei forum mondiali, ma in una infinita diffusione di reti sociali, culturali e politiche locali sempre più in grado di rovesciare da lì, dalle città, quel che fu il “pensiero unico”.





