Quel che vorremmo suggerire è di guardare al voto europeo, e amministrativo, con il metodo induttivo, come direbbe Sherlock Holmes, ovvero partendo dai dettagli per ricostruire l’insieme. Del resto, lo spettacolo comico di politici assortiti, tutti vestiti allo stesso modo, che commentavano le “forchette” (degli exit polls), disputando sugli zero virgola, è stato tale, la notte scorsa, da indurre a cambiare metodo.
Nel momento in cui scrivo, mattina di lunedì, lo spoglio dei voti nelle amministrative–comunali e provinciali–non è ancora cominciato. Ma gli “exit polls”, per quanto taroccati, indicano a loro volta una tendenza netta. E in molti, a Bologna e non solo, stanno giustamente festeggiando in anticipo la vittoria di Sergio Cofferati.
A noi, però, è sembrato altrettanto significativo il dato di Firenze: se quelle previsioni hanno un senso, è accaduto un terremoto, nella città in cui i Ds e l’Ulivo hanno ostinatamente rifiutato (a differenza di Cofferati) qualunque confronto con la società civile e con Rifondazione. Parrebbe che Ornella De Zordo, candidata di “unaltromondo–unaltracittà” (il nome è tutto un programma), di comitati cittadini e di Rifondazione, abbia ottenuto almeno il 10 per cento dei voti, e che Leonardo Domenici, il sindaco diessino al secondo mandato, perciò superfavorito, che per di più non aveva praticamente avversari di centro-destra, si fermerebbe alla soglia del 50 per cento e dovrebbe quindi andare al ballottaggio. A meno di clamorose inversioni di rotta, questo è un voto straordinario, perché Ornella De Zordo non è un politico professionista, perché la sua lista ha fatto una campagna povera ma molto diffusa, perché Rifondazione partiva dal 6 per cento, e perché la rete di poteri locali legata ai Ds è a Firenze molto solida.
Il senso di questo voto è che una politica come quella di Domenici, liberista moderata, disponibile alle privatizzazioni e alla “modernizzazione” (vedi gli orrendi parcheggi che stanno distruggendo un lato della Fortezza Da Basso: li potete vedere anche dal treno, entrando in Santa Maria Novella), del tutto sorda a un lavoro come quello compiuto dal “Forum per Firenze”, in cui erano forum sociale, Laboratorio per la democrazia, associazioni e comitati di cittadini, e anche tutti i partiti del centro-sinistra, che quella politica è arrivata al capolinea.
Siamo molto ansiosi di sapere, tra poche ore, com’è andato il voto a Prato e ad Arezzo, in provincia di Ascoli e di Milano, nella provincia di Torino (dove la lista “No Tav” si contrappone a tutti i partiti, favorevoli all’alta velocità ferroviaria), e così via, insomma i luoghi dove si sono sperimentate, dentro o contro il centrosinistra, partecipazione cittadina, critica dello sviluppo, tutela dei beni comuni. Quel che abbiamo chiamato, su Carta, “Vota Nuovo Municipio”.
Se si guarda in questo modo al voto europeo, si capisce come mai Berlusconi abbia perso ma l’Ulivo non abbia vinto. Non è stato, come dice il manifesto di lunedì, “un voto inutile ma intelligente”. Ovvero, è stato sì un voto utile, anzi utilissimo, ma anche molto intelligente. Perché oltre i due “poli” che mettono in scena, in Italia, il “bipolarismo”, l’elettorato non ha solo partecipato di più (la percentuale di votanti è stata superiore alle ultime europee, come già è accaduto in Spagna e nelle regionali francesi), ma ha accuratamente scelto chi e perché votare, intrecciando opportunamente voto generale e voto locale.
Si trattava di dare un segnale a Berlusconi, sia interno al suo schieramento (la tenuta dei partiti diversi da Forza Italia), sia dall’esterno, essenzialmente contro la guerra. E questo segnale è stato chiarissimo: Forza Italia ha perso 8 punti rispetto alle politiche del 2001, e comunque 4 sulle europee.
Si trattava poi di far sapere a “Uniti per l’Ulivo” che un blairismo più dolce non è la prospettiva che, nel suo insieme, l’elettorato del centrosinistra gradisce. I voti che mancano, sommando tutti i partiti del “triciclo”, sono quelli che hanno invece premiato i diversi partiti più decisamente pacifisti e antiliberisti, interni al centrosinistra, come i Verdi e i Comunisti Italiani, ma soprattutto Rifondazione, che è esterna all’Ulivo, è sempre stata nella corrente del movimento e ha iniziato una innovazione culturale e politica molto coraggiosa.
Il 6,1 per cento, per un partito che, quando scelse di far cadere Prodi, era dato unanimemente per morto e che è ora il quarto in ordine di grandezza, è un risultato buonissimo. Segno che, probabilmente, come anche le scelte quasi ovunque coerenti che Rifondazione ha fatto nel voto locale, avviare una critica del comunismo novecentesco non ha significato perdere l’insediamento tradizionale, ma in compenso ha attirato voti non “identitari”, ma pacifisti o provenienti dai movimenti sociali più diversi. Infatti, nel Mezzogiorno delle Scanzano e delle Terlizzi Rifondazione va, rispetto alla storia recente, benissimo. E questo discorso vale, almeno in parte, anche per i Verdi, come nel nord est.
Ma quel che è importante vedere, seguendo il metodo induttivo, è che una vasta società civile ha cominciato ad usare il voto in modo consapevole, e che i partiti sono l’invaso parziale, talvolta utile, di questa ricostruzione democratica dal basso, ciò che sconsiglia trionfalismi e la sensazione di “controllare” pezzi di elettorato. Il fatto che, lunedì mattina, né il manifesto né Liberazione abbiano messo in primo piano questo significato, ad esempio, del voto fiorentino (ed anzi il giornale di Rifondazione si annette tutto il voto a Ornella De Zordo), non è da questo punto di vista incoraggiante.





