La parata e la partita

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A dispetto degli allarmismi alimentati dai passacarte del Viminale e dagli editorialisti che si trasformano in pedagoghi dei movimenti (si legga, su tutti, l’articolo di Miriam Mafai sulla Repubblica di oggi, 2 giugno), la giornata delle parate militari di Ciampi e Martino è stata contestata in tutta Italia in forme diverse, tutte creative, comunicative e pacifiche.

Ci hanno provato in tutti i modi, i Pisanu boys, a far degenerare le mobilitazioni: a Roma hanno preso a pretesto uno striscione appeso ad alcuni palloncini. “Viola il divieto di attraversare lo spazio aereo”, ha detto un dirigente di piazza incurante dell’ilarità che suscitava. Ma anche a Milano, Palermo, Benevento, Venezia, e in tutte le piazze in cui sono apparsi i colori della pace, un po’ di tensione ad arte è stata costruita attorno ai manifestanti.

Da più parti è stato sottolineato come la partita della visita di Bush, che oggi è iniziata, si presenta molto difficile. Innanzitutto, perché il terreno di gioco è stato scelto dal governo della guerra, che da mesi sparge paura attorno alla protesta. Poi perché, come persino Ferrara, Fazio e Montezemolo hanno riconosciuto, la banda Berlusconi è arrivata al capolinea. E si gioca davvero molto con la visita del presidente statunitense. Il pericolo è un colpo di coda, arrogante e disperato, dell’Autorità in crisi.

Ma i movimenti contro la guerra hanno già mostrato di saper percorrere sentieri difficili, evitando sia la pura testimonianza ad uso e consumo di ruoli preconfezionati, sia le contrapposizioni autistiche con le armate della guerra permanente. Perché il gigante globale che è comparso a Seattle non ha i piedi d’argilla, ma affonda le sue radici nella vita quotidiana di milioni di uomini e donne che cercano di lavorare, consumare, vivere in maniera differente, nonostante il fragore delle bombe e il silenzio dei telegiornali.

Oggi, in uno dei presidi pacifisti di Roma, quello a via Labicana, a poche centinaia di metri dal Colosseo, gli abitanti di un palazzo hanno calato uno striscione nella “terra di nessuno” che lo sbarramento delle forze dell’ordine aveva creato tra la parata e i manifestanti. E mentre lo striscione sventolava, tra gli applausi dalla folla con il naso all’insù, ci siamo resi conto, ancora una volta, di quanto l’intolleranza alla guerra e alla violenza sia diventata senso comune.

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