Si prospettano funerali di stato per la salma del povero Quattrocchi.
Fini dice che ciò gli è dovuto a causa della sua ultima frase (che lo avrebbe reso simile a un militare/eroe).
Noi non sappiamo se la frase è stata detta, e quale fosse in realtà: l’ha detto la televisione e tanto deve bastarci.
Certo non faremo barricate e blocchi stradali per impedire delle esequie solenni: permettiamoci, almeno, un paio di riflessioni.
Come muore un italiano? Muore come tutti i cittadini di ogni altro stato: con dolore (se la cosa non è subitanea) con terrore, e, sempre se ne ha il tempo e la coscienza di ciò che avviene, invocando sua madre, alcuni la Madonna.
Se si è preparato all’evento può aver deciso di proferire una frase particolare, a volte un insulto, a volte frasi poco sensate. Questo ci dicono le storie degli uomini.
Altri uomini, poi, prendono tali frasi (se la cosa conviene) ad esempio, e le diffondono e le fanno diventare strumenti di propaganda, per influire su altri uomini, perché anch’essi si dimostrino pronti a morire e morire fieramente.
Nei nostri sogni uno stato non ci chiede cose simili, non ci propone di morire per esso (almeno sino al momento in cui il nostro paese non venga attaccato dall’esterno, e siano in gioco vite e beni), ma anzi, anche nei casi più difficili, progetta soluzioni poco eroiche, di dialogo, mediazione, collaborazione, riconciliazione, comprensione.
Ma queste sono acquisizioni recenti, nella storia dell’umanità: i più continuano ad essere pervasi da mentalità un po’ datate, risorgimentali, melodrammatiche.
Ecco, tutta questa storia mi fa pensare a un ritorno a Giuseppe Verdi, alle sue belle musiche (e i patrioti che proprio nell’occasione della rappresentazione delle sue opere diffondevano volantini…) e all’elmo di Scipio.
Quando entreremo nella contemporaneità?





