La strage di Rafah

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Adesso aspettiamo che ci spieghino in che modo i 23 palestinesi [tra i quali, secondo un quotidiano israeliano, dieci bambini], uccisi a Rafah, Gaza, dai missili degli elicotteri e dalle cannonate dei carri armati di Sharon, siano da considerare “terroristi”. Persone, cioè, a cui è applicabile–secondo i parametri ormai correnti di eserciti, governi e media occidentali–una pena di morte rapida, sia seppellendoli sotto le case abbattute dalle ruspe corazzate, sia uccidendoli per mezzo dei cosiddetti “assassinii mirati” [vale a dire assassinii e basta], sia lasciandoli morire in carcere o sparando sulle ambulanze che li trasportano, feriti, negli ospedali. Tutte queste tecniche di omicidio, regolarmente utilizzate dall’esercito israeliano a Gaza e nei territori occupati, non suscitano la decisa opposizione di governi e media occidentali. Sono parte del normale panorama della “guerra al terrorismo” [e d’altra parte sono molti a sostenere che l’esercito degli Stati uniti, in Iraq, mette in pratica i modelli di azione così a lungo sperimentati da Israele nel territori].

Va bene, ammettiamo, giusto ai fini del ragionamento, che assassinare in quel modo sia la maniera migliore, insieme alla costruzione dell’orrendo Muro che taglia a fette la Palestina, di allontanare “kamikaze” e altri terroristi dalle strade delle città israeliane, dove le bombe umane sugli autobus e nei caffè hanno provocato centinaia di vittime innocenti, in questi ultimi anni. Non è vero, lo sappiamo tutti, ma fingiamo che sia così. Ma come c’entra, con questa, diciamo così, strategia, lo sparare missili da un elicottero contro una folla di migliaia di persone che apertamente, in mezzo alle strade, protesta contro la sistematica distruzione di centinaia, e alla fine saranno migliaia, di abitazioni?

Ammettiamo anche che un piano folle come quello di radere al suolo un intero pezzo di città, anzi di campo profughi, serva a interrompere il traffico di armi. Come se, per fare scomparire lo spaccio da una piazza di una qualunque delle nostre città, si decidesse di radere al suolo tutti gli edifici che vi si affacciano, sparando su chiunque si opponga. Infatti, Onu, Unione europea e perfino gli Stati uniti hanno detto basta, smettetela, non potete farlo [e Israele, come fa da decenni, semplicemente se ne infischia]. Ma va bene, decidiamo che sia la cosa più utile da fare.

Ma cosa c’entra, con questo, ammazzare dei bambini, della gente disarmata? Come si spiega? In nome di quale umanità da difendere si possono uccidere così degli altri esseri umani? Che cos’è, un altro tipo di strategia? Il terrore, per ottenere la cacciata dei palestinesi oltre il Giordano, come chiedono seriamente alcuni dei partiti che sostengono Sharon? O è, molto più semplicemente, la banalità del male, quella per cui se giorno dopo giorno, anno dopo anno, tu, soldato, ufficiale, politico israeliano, ti abitui a considerare l’altro, i palestinesi, non solo nemici, tutti indistintamente, ma bersagli, disturbi da togliere di mezzo, esseri non propriamente umani, allora, alla fine, ti sentirai autorizzato, troverai normale premere quel grilletto, e farlo comunque, si tratti di “terroristi”, miliziani, ragazzi o bambini che ti tirano una pietra, o anche solo protestano per strada.

Ho il desiderio bruciante di avere una risposta, a questa domanda, da parte di Paolo Mieli, nella sua rubrica delle lettere sul Corriere della Sera, di Gad Lerner, nella sua trasmissione su La7, di Fiamma Nirenstein, nelle sue apparizioni da Bruno Vespa. Vorrei che convincessero me, e moltissimi altri, che ci stiamo sbagliando. Che ammazzare ragazzini in quel modo è legittima difesa da parte dello Stato ebraico aggredito. Lo desidero davvero. Ma so che non avrò, che non avremo quella risposta.

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