Il nome di Matteo Vanzan si aggiunge a quelli dei caduti di Nassiriya. Con una differenza importante. A novembre l’attacco contro la base italiana venne presentato come un “attentato”, come un’operazione di “terrorismo”. Adesso, Vanzan è morto facendo quello che i soldati fanno: combattendo. Il padre del giovane lagunare ha raccontato che suo figlio era andato in Iraq convinto di partecipare a una missione di pace. Probabilmente è, o meglio era, una convinzione diffusa tra i soldati italiani a Nassiriya.
Nelle stesse ore, un’autobomba uccideva Izzedine Salim, presidente di turno del consiglio di governo iracheno, l’esecutivo fantoccio nominato dagli Stati Uniti. L’attacco è avvenuto proprio all’ingresso della zona verde, l’area di Baghdad trasformata in quartiere generale delle truppe di occupazione. È l’ennesima smentita, deflagrante, della linea Bush-Berlusconi.
C’è un’altra differenza rispetto a novembre. I partiti che oggi fanno parte del triclico, allora, facevano finta di credere alla bugia della missione di pace. L’attacco alla base italiana provocò un rigurgito di nazionalismo a buon mercato che si spinse ben oltre la solidarietà alle famiglie delle vittime. Sono stati mesi sprecati in manovrine e distinguo, con lo scopo di dimostrare la propria affidabilità e il proprio senso di responsabilità.
Adesso, pare e finalmente, anche i più timidi si sono resi conto che non ci sono vie d’uscita. Che non basterà il deus ex palazzo di vetro a risolvere il groviglio di interessi, strategie, pressioni, bande armate e movimenti di resistenza che è diventato l’Iraq di oggi.
Berlusconi si prepara a volare negli Stati Uniti, per cercare di vendere un’altra bugia: che il governo italiano conti qualcosa nelle decisioni della Casa bianca. E Bush verrà in Italia, il 4 giugno, per tirare un insopportabile parallelismo tra la liberazione dal nazifascismo, sessanta anni fa, e quella dell’Iraq di oggi.
In questo scenario inciampa la festa della Repubblica, il 2 giugno, con relativa parata militare sui fori imperiali. Sarebbe un gesto di pudore istituzionale se la parata venisse cancellata. Non ci aspettiamo tanto.
Ma sogniamo che il 2 giugno il governo e le alte cariche dello stato, da Ciampi in giù, siano sole. Loro e la fanfara dei carabinieri a cavallo. Se le migliaia di cittadini che ogni anno vanno a vedere la sfilata se ne stessero a casa, o andassero a manifestare per la pace e per il ritiro delle truppe, allora sì che sarebbe una bella festa. Un cambiamento dal basso della costituzione: gli italiani ripudiano la guerra.





