Leggere i documenti della riforma Moratti, quelli “pedagogici” in particolare, è un’esperienza di quelle che lasciano il segno.
Nelle “Indicazioni Nazionali per i Piani di studio personalizzati”, per esempio, si trova un obiettivo di storia formulato con questa frase: usare il passato per rendere comprensibile il presente e comprendere che domande poste dal presente al futuro trovano la loro radice nella conoscenza del passato. Mitica, perfetta rotondità dell’essere.
Chi ha pensato una cosa così dev’essere il braccio destro di dio.
Peraltro di obiettivi in una sola disciplina per un solo anno, ne ho contati 54. Conoscenze e abilità necessarie per le competenze (chissà poi se è un retaggio hegeliano questo delle triadi pedagogiche – “tre c” Berlinguer, “tre i” Berlusconi, ora conoscenze abilità competenze – o se è il fascino della santissima trinità che agisce).
Ma la vera folgorazione è stata la lettura del “Profilo educativo, culturale e professionale dello studente alla fine del primo ciclo di istruzione (6-14 anni)”.
Vi si legge che il pre-adolescente che esce dalla scuola sa gestire la sua irrequietezza emotiva e la comunica senza disagio – è in grado di pensare al proprio futuro dal punto di vista umano, sociale e professionale – elabora esprime ed argomenta un proprio progetto di vita – ha coscienza dell’immensità del cosmo – conosce le regole e le ragioni per prevenire il disagio – avverte interiormente la differenza fra il bene e il male – sa leggere un’opera d’arte, gusta sul piano estetico il linguaggio espressivo musicale – sa porsi le grandi domande sul mondo, sulle cose, su sé e sugli altri, sul destino di ogni realtà, nel tentativo di trovare un senso che dia loro unità… e così via.
Primo pensiero. Io ho una figlia che finisce adesso la terza media e se la confronto con questo Profilo mi prende una sottile angoscia: padroneggiare l’irrequietezza emotiva, conoscere le regole (le regole?) per prevenire il disagio e saperlo comunicare (ma quando mai…); avere un compiuto progetto di vita professionale (per scegliere la scuola successiva, è stata dura convincerla che forse non è la cosa essenziale come vanno vestiti ragazze e ragazzi che la frequentano); gustare l’arte e il linguaggio musicale (Meganoidi, Ska-p, Pornoriviste…). Lasciamo perdere.
Secondo pensiero. E io? Io che ho più di cinquant’anni, il mio progetto di vita, il dominio delle emozioni, la certezza del bene e del male, l’unità come senso ultimo di ogni realtà… sarà solo che non ho fatto la scuola morattiana?
Alla fine mi sono in un certo senso tranquillizzato.
Più che il preadolescente questo mi sembra il post-umano.
Uno che ha risolto tutto della vita. Che non ha da cercare più niente.
La scuola alla base di questo progetto è “personalizzata” solo come destino sociale o scelta di optional da parte del cliente (famiglia). Mai uno straccio di libertà per ragazze, ragazzi e insegnanti: l’intera vita di questi studenti-modello è integrata “armoniosamente”, assorbita in un modello organicistico. La biografia interamente guidata dai Maestri (non dalle maestre) e poi tradotta in “curriculum vitae”, da esibire sul mercato. Una specie di catto-consumismo.
E la megamacchina (con programmi enciclopedici di un po’ di tutto) resta: dal Profilo agli Obiettivi Specifici d’Apprendimento, che vanno mediati dagli obiettivi formativi (cogliendo niente meno che le dissonanze cognitive e non cognitive della vita giovanile) a costituire le Unità di Apprendimento, tutte insieme nei Piani di Studio Personalizzati e poi nel POF. Peraltro tutto scritto con le maiuscole, come nei documenti delle Brigate Rosse. Forse perché è effettivamente simile l’orizzonte di salvezza.
Invece chi abita davvero la scuola spesso lo sa bene che ha a che fare con processi viventi che attraversano le classi e il fare scuola, e chiedono dialogo e confronto – anche conflitto. Ma sa anche che sono altro e vanno altrove. Che le storie personali non si lasciano ridurre a “obiettivo scolastico” da programmare e tenere sotto controllo, senza possibilità di deviazioni e imprevisti; senza il minimo spazio ai desideri, ai dubbi, alle domande aperte degli incontri. Dunque senza ombra di dimensione narrativa, perché non c’è nulla che si possa raccontare solo dopo, ricostruendo il percorso che ha preso sul territorio. Qui ci sono solo le mappe. Di adolescenti veri neanche l’ombra.
E adesso quasi quasi vado a vedere che sta facendo mia figlia, casomai avesse bisogno. Ma lo so che mi caccerà di camera subito. Per fortuna.





