Il terzo movimento

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La vita di Carta è un piccolo tassello del movimento altermondialista [o antiliberista o movimento dei movimenti, ecc.]. Dal 1998, anno in cui fu pubblicato un foglio con quella testata, abbiamo fatto dipendere le nostre scelte da quel che ci pareva di capire dello stato del movimento, cioè della ampiezza e coerenza della sua «narrazione del mondo».

Al principio, denominammo «cantieri sociali» le forme di aggregazione che ricostruivano nesso sociale. Poi, tra il primo Forum di Porto Alegre e il G8 di Genova, pensammo si dovesse allargare lo sguardo, in rapporto con la nascita di altri modi di aggregazione, i forum sociali. Questo accadeva mentre il neoliberismo globale passava bruscamente, con l’11 settembre e la guerra «infinita», dal suo periodo «dolce», egemonico, a quello «duro»: la «seconda globalizzazione», come l’ha battezzata Marco Revelli, scarto al quale ha corrisposto l’emersione del movimento per la pace.

A noi sembra che si sia arrivati a un altro capolinea. Dal lato dei poteri globali, vi è una crisi evidente non più solo del «pensiero unico», ma della stessa opzione militare. La situazione irachena dice che la guerra è un fallimento. Ciò non significa che un nuovo presidente statunitense cambierebbe completamente rotta, né che potrebbe farlo, anche volendo, perché l’insieme di politiche finanziarie ed economiche che costituisce il cuore del neoliberismo non conosce altra strada, se non la crescita senza limiti e la competizione globale. Dal lato del movimento, vi è allo stesso tempo una consapevolezza crescente della possibilità di cambiare il corso delle cose [la Spagna ne è l’esempio più limpido], oltre che una crescente capacità di riconquistare a un «pubblico» di nuovo tipo ciò che il neoliberismo aveva reso «privato»: a cominciare da quel bene basilare che è la democrazia.

Questo comporta, per restare al nostro paese, un progressivo, e forse traumatico, cambiamento delle forme di organizzazione del movimento. Alla vigilia di Seattle ’99, momento convenzionalmente accettato per indicare l’«emersione», si era appunto nel periodo dei «cantieri sociali», forme iniziali di relazione, in genere estranee alla politica e al sindacalismo maggiore, che stentavano a riconoscersi a vicenda. Dopo il primo Porto Alegre, e dopo Genova, vi è stata l’affermazione di una nuova forma della politica [cioè del fare società], cui corrispondeva, in modo non lineare, quel coordinamento nazionale tra organizzazioni [anche politiche e sindacali], reti e associazioni che si è chiamato prima Genoa social forum, poi «gruppo di continuità del Forum sociale europeo», e che infine si è di fatto identificato con il Comitato Fermiamo la guerra, cui partecipano molti altri [come la Cgil].

Oggi siamo in un «terzo movimento». Se guardiamo all’ultimo anno, vediamo: a] che la resistenza locale è diventata, da Scanzano in poi, una molto più diffusa, ed efficace, capacità di opporsi, da parte di intere comunità, e anche di influire sugli esiti politici, come mostra la moltiplicazione di programmi e liste «partecipati» nei voti locali; b] che le grandi vertenze, dagli autoferrotranvieri alla scuola, al lavoro precario, hanno una forza sconosciuta negli ultimi decenni, e mostrano legami con le autonomie locali, come nei casi di Terni e di Melfi; c] che vi è, anche a causa del crollo dei salari e della precarietà sociale, una enorme, quanto ancora poco visibile, diffusione di economia «altra», di commercio equo, produzione cooperativa, gruppi di acquisto, per il risparmio energetico e così via, ciò che si traduce in una critica pratica dello sviluppo e di quel genere di rapporto con la natura; d] che la «narrazione» dell’«altro mondo», con i mezzi della cultura, libri, musica, immagini, teatro, o con mezzi potentemente simbolici come le bandiere della pace, esercita sempre più fascino; e] che sui temi come la guerra o la costruzione europea, vi può essere, come in Spagna o in Francia, un uso razionale di una risorsa limitata come il voto, oltre ai grandi movimenti.

In sostanza, la società civile attiva si propone di «governare» le città e i territori, e di spostare equilibri sulla scena mondiale, come è accaduto non solo sulla guerra, ma ad esempio con il fallimento del vertice della Wto a Cancún. E i modi – della riflessione, del racconto e dell’organizzazione – che il «terzo movimento» adopera sono diversi da quelli dei periodi precedenti.

A scala nazionale e sovranazionale ancora hanno molto peso le organizzazioni [politiche, sindacali e sociali], sebbene con una contraddizione crescente tra il «verticale» e l’«orizzontale», e con la tendenza da parte dei «nazionali» non più, per fortuna, a interpretare la parte di una stabile «rappresentanza» del movimento, ma quella di una più concreta «funzione di servizio», nei collegamenti e nella promozione di eventi.

Nella trama fondamentale delle reti locali il movimento si è dotato di altre forme: i forum sociali [che abbiano o no questo nome] cresciuti talvolta fino a diventare reti cittadine che includono anche la sinistra e il sindacato; i «nodi» della Rete del Nuovo Municipio, sia le reti sociali, i «contromunicipi», che molte amministrazioni; parti del sindacato «categoriale» [Fiom in testa] e molte camere del lavoro, che hanno iniziato una analisi del rapporto tra il lavoro e lo spazio urbano, o progettano un nuovo modello di vertenza territoriale; i centri sociali, che conoscono una nuova stagione come luoghi di resistenza al liberismo urbano, e di aggregazione del lavoro precario giovanile; i nuclei in crescita di altra economia. La novità è che la «massa critica» delle reti locali, e la sperimentazione di nuovi modi della partecipazione, affiancano la democrazia delegata e ne sperimentano una di altro tipo.

Due domande restano sospese. La prima, se si debba immaginare di «portare a sintesi» questa pluralità di forme. La seconda, più importante, se il «terzo movimento» abbia una sua autonomia dal sistema politico, ovvero se si tratti di un «movimento costituente», che ha una sua relazione con i partiti e le istituzioni, non ne disprezza l’utilità, ma non ne dipende, tanto ad esempio da cambiare sostanzialmente nel caso in cui a Berlusconi dovesse succedere Prodi.

Secondo noi, la risposta alla prima domanda è no: si tratta sì di mettere in collegamento ogni «nodo» con ogni altro, ma alla maniera della rete, in cui i collegamenti funzionano per affinità, e grazie ad esperienze pratiche, mai sulla base di un «programma fondamentale» uguale per tutti. Quanto alla seconda domanda, la nostra risposta è sì, questo è un «movimento costituente», che sta fondando, a scala locale, possibilmente continentale e certamente globale, un’altra democrazia: ed è il sistema politico che dovrà cercare di adattarsi a questo fenomeno, non viceversa.

Come sempre, siamo ottimisti. Ma, in fondo, se molti nostri compagni di sinistra ci hanno dato degli «antipolitici» [cambiare il mondo senza prendere il potere], una ragione ce l’hanno. Noi pensiamo che un abisso si sia aperto, tra la politica del Novecento e quella che oggi sta sgranchendo braccia e gambe.
In ogni modo, è avendo in mente questa ipotesi che ci apprestiamo a rivoluzionare il nostro lavoro, il tipo di giornale che facciamo, il suo tono e le sue interlocuzioni. Carta è, molti dicono, un interessante rivelatore di quel che c’è nella società. Questo non basta più. Se una nuova democrazia sta nascendo, essa ha bisogno di più comunicazione, più attiva e più critica. Abbiamo, per citare un caso, in pratica evitato, fin qui, di occuparci di sistema politico, perché era prioritario esplorare la società, e anche per evitare che fosse la politica ad occuparsi di noi, cioè a trascinarci, nel nostro piccolo, nelle sue compatibilità: pensiamo invece sia il momento di mordere qualche polpaccio.

Dalla nostra assemblea del 15 maggio, dalla discussione che su questi temi faremo con i nostri soci, amici e compagni, potrebbe prendere il via un lavoro a fondo, che ha lo scopo di buttare tutto per aria e re-iniziare a fare Carta.

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