Confesso che, fino a non molto tempo fa, quando sentivo la parola “Europa” tendevo a distrarmi. Ci sono temi che non ci appassionano, e, per quel che mi riguarda, la costruzione europea era uno di questi. Anche l’arrivo dell’euro, a parte il fastidio doppio di imparare a maneggiare oggetti sconosciuti e di constatare “arrotondamenti” abusivi al bar o dal panettiere, non mi aveva interessato gran che. Chi se ne frega, direte voi. Vero. Ma, forse, il mio atteggiamento, più istintivo che razionale, era ed è piuttosto diffuso, dalle parti che frequento, sinistre e movimenti vari. Anche i due Forum sociali europei sono stati, in fondo, più la dimostrazione che il movimento globale poteva accomodarsi bene anche nel vecchio continente, che una effettiva affermazione di, come si è detto, cittadinanza europea.
A farmi drizzare le antenne sono stati alcuni eventi dell’ultimo anno. Il primo, semplicemente il fatto che, mentre i governi e i potentati economici europei si sono divisi, al momento di decidere se affiancare Bush nella follia irachena, le opinioni pubbliche, cioè i popoli, non solo non hanno avuto esitazioni, ma hanno mostrato, per esempio attraverso le gigantesche manifestazioni del febbraio 2003, e ancora quest’anno in marzo, che un “carattere” li accomunava. Evidentemente, mi sono detto, c’è qualcosa, nello scantinato della storia europea, che al momento buono si va a rispolverare. Questo qualcosa sono probabilmente la memoria e le cicatrici delle due grandi guerre europee del Novecento, passate alla storia come “mondiali” (e a buona ragione, avendo trascinato con sé quasi tutto il pianeta).
Questo, che pure era una percezione molto viva, è poi diventata la sensazione di un possibile atteggiamento attivo, in grado di cambiare effettivamente le cose, grazie alle elezioni spagnole e a quelle francesi del marzo scorso. La vittoria di Zapatero, che l’elettorato, ovvero i movimento sociali e di cittadinanza, hanno decretato soprattutto per cacciare via Aznar (quel che farà il nuovo governo socialista è tutto da capire), non ha solamente spezzato in un punto decisivo la catena di alleanze nordamericana, ma ha segnalato, come già abbiamo suggerito su Carta, che il movimento che vuole “cambiare il mondo senza prendere il potere”, sta effettivamente cambiando: se non il mondo, i governi. E che i francesi, subito dopo, con un comportamento elettorale analogo, abbiano punito un governo non guerrafondaio, ma liberista sì, ha aggiunto un tassello: gli europei ne hanno le tasche piene, della guerra e del suo senso, quello del governo del mondo da parte di un “pensiero unico” che, per restare tale, ha dovuto armarsi.
Allora, catturata la mia e nostra attenzione, la parola “Europa” può forse essere svolta. Se quelle premesse pacifiste e antiliberiste sono vere, cosa può diventare, che tipo di formazione politico-sociale originale, quel che conosciamo come Unione europea? Questa è la domanda che ci siamo posti, quando abbiamo deciso di fare l’Almanacco monografico che sta per andare in edicola, dedicato appunto a un continente che abbia “stelle, ma senza strisce”, non assomigli cioè al modello sociale, e di atteggiamento nei confronti del resto del mondo, degli Stati uniti.
Abbiamo cercato diversi interlocutori, come Fausto Bertinotti, che sta per varare il partito della Sinistra europea, i Verdi, che il loro partito europeo hanno già fondato, movimenti, e intellettuali che su queste cose hanno studiato. Abbiamo provato ad applicare al nostro continente il sentimento che nutriamo nei confronti del mondo, cioè la certezza che “possibilmente” potrebbe diventare altro da quel che è. Nel caso dell’Europa, recentemente allargata fino al Mar Baltico e fin dentro il Mediterraneo, ci siamo chiesti se costruire una entità istituzionale “debole”, fondata sulla sua estrema pluralità, e sull’apertura ai suoi sud, non possa essere in effetti la vera forza di cui noi europei disponiamo. Non un super-stato sovranazionale, ma uno stato “debole” plurinazionale, basato sulle autonomie cittadine e territoriali, disarmato e che, proprio perché con una storia millenaria di mescolanze e meticciati, potrebbe essere l’altro interlocutore, pacifico, del mondo arabo, dell’Africa, dell’America latina, insomma di tutto ciò che non è “occidente”.
Ci siamo riusciti? No, certo. Ci vorranno anni, e molti, molti movimenti sociali che accomunino gli europei, fino a farli diventare l’ingrediente che finora è mancato, nella costruzione dell’Unione: i cittadini. Ma vi suggeriamo di non distrarvi più, quando sentite la parola “Europa”.





